Anno VIII ? n. 25 ? 9 dicembre 2007

9 Dicembre 2007 Nessun commento

"[...] Per il cambiamento sociale, occorre una forza organizzata che prevalga, ossia risulti più forte, della forza della mera conservazione dell’esistente. La forza che vuole cambiare deve anche sapere esattamente quali cambiamenti intende subito introdurre nel funzionamento delle istituzioni politiche, perché altrimenti queste, lasciate al loro tradizionale modo di operare, riprodurrebbero automaticamente i comportamenti che si intendevano modificare.[..]"
(Cfr. LIVIO GHERSI "CROCE E SALVEMINI" Bibliosofica Roma 2007, pag. 45)


"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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APPUNTAMENTI
PARMA 10/12/07 h. 18 strada Martiri della Libertà 15 palazzo della Provincia di Parma Scuola 2008 di Liberalismo di Parma – diretta da Enrico Morbelli Gustavo Cevolani: "Tasse: un male necessario?"
ROMA 10/12/07 h.18 lungotevere Sanzio, 9 sede romana di Rubbettino Editore Scuola 2008 di Liberalismo di Roma: Alberto Ghibellini: "Leo Strauss, il liberalismo degli antichi e il liberalismo dei moderni"
ROMA11-12/12/07 h. 10,30 Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia, 29 Convegno di studi "Gaetano Salvemini 1873-1957: ancora un riferimento" per ulteriori informazioni A.N.I.M.I. – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia 00186 Roma – Piazza Paganica, 13 Tel.: 06.68.13.68.46 – Fax: 06.68.13.61.42 E-mail: assmezz@tin.it www.animi.it
ROMA 13/12/07 h.15.00 Piazzale della Repubblica 47 Boscolo Hotel Exedra "Quale Terza Repubblica?"
Interverranno: Pier Ferdinando Casini, Gianni De Michelis, Lamberto Dini, Gianfranco Fini, Giorgio La Malfa, Clemente Mastella, Savino Pezzotta, Giuseppe Pisanu Presiede: Enrico Cisnetto, Presidente di Società Aperta
Modera: Antonio Galdo, direttore de L’Indipendente
ROMA 13/12/07 h.: 17.00 piazzale Aldo Moro 5 facolta’ di Scienze Politiche "la Sapienza" – aula a – dipartimento di teoria economica "A.A.A. speranza di futuro offresi – Immaginare un buon domani per i giovani italiani è ancora possibile?" Dibattito tra: Angela Padrone, Francesco Delzio, Michel Martone e Federico Mello. Chair: Giuliano Gennaio – Comitato Nazionale di Coalizione Generazionale. Saluti di: Giovanni Somogyi, Luca Bolognini e Carlotta Bernabei Per informazioni e conferme:Società Aperta Giovani tel. 06 4745514 giovani@societa-aperta.org www.societa-aperta.org- www.coalizionegenerazionale.it
ROMA 13/12/07 h.18 lungotevere Sanzio, 9 sede romana di Rubbettino Editore Scuola 2008 di Liberalismo di Roma: Luisella Battaglia: "A proposito di bioetica liberale: il testamento biologico"
VERONA 15/12/07 h.: 15.00, presso la Casa d’Europa di Via Poloni n. 9 (zona Valverde – dietro l’ACI) il prof. Levi terrà una relazione su "L’Unione europea come attore globale e la riforma dell’ONU". Organizzazione MFE- Veneto
TREVISO 16/12/07 h. 10 Via Terraglio 23 c/o sede Sdi VI assemblea congressuale "associazione Venetoradicale"
PARMA 17/12/07 h. 18 strada Martiri della Libertà 15 palazzo della Provincia di Parma Scuola 2008 di Liberalismo di Parma – diretta da Enrico Morbelli Edoardo Fregoso: "Il diritto di proprietà"
ROMA 17/12/07 h.18 lungotevere Sanzio, 9 sede romana di Rubbettino Editore Scuola 2008 di Liberalismo di Roma: Dino Cofrancesco: "Il rapporto tra storia e giustizia"
ROMA 20/12/07 h.18 lungotevere Sanzio, 9 sede romana di Rubbettino Editore Scuola 2008 di Liberalismo di Roma: Alessandro Vitale: "Trasformazione della guerra e crisi dello Stato"
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ALLORA, LO COSTRUIAMO QUESTO PARTITO DELLA RIFORMA?
Luca Ricolfi sul quotidiano La Stampa del 5 dicembre vagheggia, nel caso di una legge elettorale del tipo di quella che esiste in Germania, la possibilità, di conquistare il centro dello schieramento politico, per un partito liberal-democratico piuttosto che per un partito neodemocristiano. E aggiunge. "Anche in questo caso rischieremmo di consegnare troppo potere a un partito ago della bilancia, ma il rischio – forse – sarebbe compensato dalla sua vocazione riformatrice e liberale."
A propria volta, uno dei vicedirettori del Corriere della Sera, Dario Di Vico, l’8 dicembre afferma che "chi si aspetta che da questo rivolgimento esca un polo conservatore e liberale capace di replicare in Italia «le rivoluzioni della destra», è destinato a restar deluso. [...] I partiti a vocazione maggioritaria, almeno per ora, non riescono a diventare dei produttori di contenuti, non riescono a mettere in campo idee che sappiano fare i conti con le contraddizioni della modernità e partorire soluzioni originali." Per questo dà ragione al sociologo De Rita che ripone speranze nell’azione delle minoranze.
Ebbene il microgruppo che ha dato vita all’associazione Veneto liberale sembra sintonizzato sulla lunghezza d’onda di questi analisti. Loro si sono rimboccate le maniche per cercare di far contare i liberali oggi del tutto ininfluenti. Da soli non andranno da nessuna parte. Altri liberali, che hanno almeno qualche media e qualche leader di richiamo, li staranno ad ascoltare? (bl)
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APPELLO
«SOLO IL MAGGIORITARIO PUÒ ASSICURARE STABILITÀ»
IL SOLE 24 ORE 6/12/07
Riceviamo e pubblichiamo l’appello firmato da studiosi e personalità della cultura e dell’economia in favore di un sistema elettorale maggioritario
Ponendo fine ad anni di reciproca demonizzazione, in un quadro di mutuo riconoscimento, i leader dei due maggiori partiti discutono di modifiche della legge elettorale. Entrambi definiscono lodevolmente i loro partiti " a vocazione maggioritaria": ma questa non è compatibile con un sistema proporzionale, che darebbe spazio a un "terzo polo", quindi a una democrazia non bipolare ma "tripolare".
Del sistema proporzionale abbiamo sperimentato opacità, instabilità e ingovernabilità: dissesti nei conti pubblici e lacerazione della correttezza amministrativa ne segnarono l’ultimo esito. La reazione è stata il sistema maggioritario, voluto da milioni di elettori nel biennio 1992-93: nel maggioritario, i partiti di cui quelli oggi guidati da Veltroni e da Berlusconi sono il frutto maturo, hanno raccolto i propri consensi, al maggioritario devono la propria esistenza..
Il sistema maggioritario non è una forzatura ideologicamente imposta ad un Paese riluttante; al contrario, ha il favore dei cittadini nelle elezioni di Comuni, Province e Regioni, a cui ha conferito trasparenza e stabilità di governo. In sede nazionale, si è resa evidente la necessità di riforme: dai regolamenti parlamentari, ai rimborsi elettorali, al bicameralismo, fino ai poteri del premier di promuovere il ricorso anticipato alle urne, come in Gran Bretagna, Germania, Spagna. Queste riforme, ritenute indispensabile complemento del sistema proporzionale, sono lo stesse che renderebbero più funzionale il sistema maggioritario.
Una legge elettorale non può essere disegnata su proiezioni di sondaggi dell’ultimo minuto, in funzione della durata di un Governo, o per scongiurare un referendum: infatti essa definisce il quadro istituzionale, e quindi influisce sulle politiche di bilancio, sui rapporti tra le parti sociali, sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Veltroni e Berlusconi siano dunque coerenti con la storia e la natura dei partiti che guidano. La legge elettorale sia garanzia di Governi non fatti e disfatti dopo le elezioni, in Parlamento o nelle segreterie dei partiti, ma scelti dagli elettori col proprio voto.
Hanno sottoscritto l’appello
Roger Abravanel, Alberto Alesina, Giorgio Alpeggiani, Filippo Andreatta, Augusto Barbera, Orlando Barucci, Tito Boeri, Angela Bono, Massimo Bordignon, Pier Luigi Celli, Roberto D’Alimonte, Alessandro De Nicola, Franco Debenedetti, Sergio Erede, Domenico Fisichella, Gian Paolo Galli, Ernesto Galli della Loggia, Francesco Giavazzi, Luigi Guiso, Piero Ignazi, Gennaro Malgieri, Enzo Manes, Stefano Mauri, Angelo Panebianco, Sandro Parenzo, Vittorio Emanuele Parsi, Bruno Pavesi, Michele Salvati, Guido Tabellini, Andrea Tavecchio, Paola Tondelli, Sandro Trento, Marcello Veneziani, Guido Roberto Vitale.
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I REFERENDUM ELETTORALI GUZZETTA – SEGNI
GLI EVENTUALI EFFETTI
Da http://www.referendumelettorale.org/
1° e il 2° quesito : premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento
Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Tale premio è attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato. Esso è attribuito alla "singola lista" o alla "coalizione di liste" che ottiene il maggior numero di voti.
Il fatto che sia consentito alle liste di coalizzarsi per ottenere il premio ha fatto sì che, alle ultime elezioni, si siano formate due grandi coalizioni composte di numerosi partiti al proprio interno. E la frammentazione è notevolmente aumentata.
Il 1° ed il 2° quesito (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste.
In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.
Un secondo effetto del referendum è il seguente: abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento. Per ottenere rappresentanza parlamentare, cioè, le liste debbono comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e 8 % al Senato.
In sintesi: la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori ottengono comunque una rappresentanza adeguata, purché superino lo sbarramento.
All’esito dell’abrogazione, resteranno comunque in vigore le norme vigenti relative all’indicazione del "capo della forza politica" (il candidato premier) ed al programma elettorale.
Gli effetti politico-istituzionali del 1° e del 2° quesito
Il sistema elettorale risultante dal referendum spingerà gli attuali soggetti politici a perseguire, sin dalla fase pre-elettorale, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili soluzioni equivoche e incentivando la riaggregazione nel sistema partitico. Si potrà aprire, per l’Italia, una prospettiva tendenzialmente bipartitica. La frammentazione si ridurrà drasticamente. Non essendoci più le coalizioni scomparirà l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione. Con l’effetto che i partiti sono insieme il giorno delle elezioni e, dal giorno successivo, si combattono dentro la coalizione.
Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza.
Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate come schieramento unico, una cosa sola. Nessuno potrà rivendicare la propria "quota" di consensi. E sarà molto difficile spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza. Lo scioglimento del Parlamento una volta che è entrata in crisi una maggioranza votata compattamente dagli elettori potrebbe essere politicamente molto probabile.
L’eliminazione di composite e rissose coalizioni imporrà al sistema politico una sterzata esattamente opposta all’attuale. Piuttosto che l’inarrestabile frammentazione in liste e listine, minacce di scissioni e continue trattative tra i partiti, il nuovo sistema imporrà una notevole semplificazione, lasciando comunque un diritto di rappresentanza anche alle forze che non intendano correre per ottenere una maggioranza di Governo, purché abbiano un consenso significativo e superino la soglia di sbarramento.
Il 3° quesito: abrogazione delle candidature multiple e la cooptazione oligarchica della classe politica
Un terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidature in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il "plurieletto"). Questi, optando per uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati "non eletti" della propria lista in quella circoscrizione gli subentrino nel seggio al quale rinunzia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla propria scelta. Se sceglie per sé il seggio "A" favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione "B"; se sceglie il seggio "B" favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione "A". Nell’attuale legislatura, questo fenomeno, di dimensioni veramente patologiche, coinvolge circa 1/3 dei parlamentari. In altri termini: 1/3 dei parlamentari sono scelti dopo le elezioni da chi già è stato eletto e diventano parlamentari per grazia ricevuta. Un esempio macroscopico di cooptazione!
E’ inevitabile che una tale disciplina induca inevitabilmente ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione dei cooptandi, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti (1/3, come si è detto) debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo.
Con l’approvazione del 3° quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.
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VENETO LIBERALE
LA MOZIONE POLITICA DEL X CONGRESSO
L’associazione federalista, liberale, liberista e libertaria, di moderati e radicali, di riformisti e riformatori, denominata Veneto liberale, riunitasi in occasione del X congresso a Castelfranco Veneto l’8 dicembre 2007
ringrazia gli oltre ottocentomila cittadini che hanno sottoscritto i quesiti referendari predisposti dal comitato dei proff. Guzzetta e Segni riguardante l’attuale legge elettorale del Parlamento dando, così, l’opportunità ai cittadini italiani di abrogare alcune norme affinché la normativa di risulta possa essere immediatamente applicabile, superando, così, il giudizio di legittimità da parte della Corte Costituzionale, e rendendo meno indigesto il sistema proporzionale attuale;
segnala che la strada per dare ai cittadini l’opportunità di esercitare il loro diritto politico costituzionale è irta di difficoltà in quanto oltre al parere di legittimità della Corte Costituzionale, tutt’altro che insensibile nei confronti dei detentori del potere politico, è in atto un palese tentativo mirante a porre nel nulla la consultazione referendaria che potrebbe tradursi anche con uno scioglimento anticipato del Parlamento, come spesso è accaduto in passato;
manifesta il proprio appoggio alla strategia referendaria non tanto per la normativa di risulta, in quanto sarebbe comunque una legge elettorale proporzionale mentre Veneto liberale sin dalla sua costituzione ha sempre manifestato la propria preferenza per il sistema elettorale maggioritario, addirittura per quello di stampo anglosassone, ma perché il trasferimento del premio di maggioranza dalla coalizione alla lista vincente produrrà una drastica riduzione del sistema partitico ponendo le basi di un sistema elettorale tendenzialmente bipartitico tramite una fase di pluripartitismo temperato;
manifesta, inoltre, il proprio sostegno alla strategia referendaria anche perché ha già prodotto l’implosione delle coalizioni antipolitiche che hanno caratterizzato la lotta politica dal 1994 e che ha causato l’immobilismo con conseguente degrado politico caratterizzato da una grave crisi di legalità ad ogni livello (a livello parlamentare con la presenza di "nominati" illegalmente, a livello amministrativo con personaggi che non si attengono, per la loro funzione, alla stretta legalità, abusando delle prerogative dei semplici cittadini che sono tenuti a rispettare solo la regola di non fare ciò che è vietato, e a livello giudiziario ove la presunzione d’innocenza, garantita dalla civiltà e dalla Costituzione vigente, è sempre più umiliata con l’abuso della detenzione preventiva e dei processi mediatici);
manifesta, infine, il proprio sostegno alla strategia referendaria perché essa sta predisponendo le premesse per la costituzione di un soggetto politico "di" liberali, indispensabile a riempire il vuoto di opposizione alla conservazione antipolitica, al fine di diventare strumento per le modernizzazioni riguardanti le istituzioni (poter scegliere chi governa e punire – in modo democratico e nonviolento – chi non merita più il voto), l’economia (centralità del Mercato ed emarginazione delle corporazioni) e la società (libertà individuali dallo stato e dalla società etica), modernizzazioni che costituiscono la Rivoluzione liberale non realizzata dalle generazioni eredi del Risorgimento;
sottolinea la presenza di segnali che preannunciano la crisi del regime piuttosto che una semplice crisi di governo, segnali consistiti in timidi scontri però di grande sostanza politica (clericali contro laici, dirigisti contro liberisti, autoritari contro libertari) prese di posizioni eterodosse da parte di autorevoli esponenti dell’establishment, l’indebolimento del potere giudiziario messo in difficoltà da scontri intestini e da settori del potere politico, il ricorso da parte di molti protagonisti dell’attuale sistema partitocratrico, sindacatocratico e burocratico a finti referendum, a finte primarie e a finti partiti nel disperato tentativo di dare un’immagine di vitalità ad un regime in dissoluzione;
ribadisce la inutilità di una visione domestica della lotta politica di fronte alla mondializzazione dei rapporti non solo economici ma anche politici e civili (la mia patria è là dove si combatte per la libertà) di qui una particolare attenzione, nell’oggi, nei confronti di soggetti trasnazionali come l’Europa Unita affinché possa diventare la patria europea piuttosto che l’Europa delle singole patrie;
si conferma la individuazione nell’ELDR, ossia nel Partito liberale europeo dei democratici e dei riformatori, il soggetto politico di riferimento a livello continentale quale strumento idoneo per qualificare la presenza liberale a livello locale e per stimolare l’iniziativa liberale a livello globale;
ribadisce a) l’opportunità e la necessità delle proprie finalità politiche [ 1) la radicale alternativa liberale al regime partitocratrico quale unica soluzione all'immobilismo conservatore esistente - detta "alternativa" (e non semplice alternanza) consistente in modernizzazioni politiche, economiche e civili rappresentate da istituzioni liberali, liberiste e libertarie che oggi sono deficitarie in questa Italia 2) la riforma elettorale maggioritaria "all'inglese", unitamente alla forma di governo presidenziale e a quella dello stato federale; 3) la centralità del "mercato", osteggiata dalle "lobby" corporative (che costituiscono il "partito conservatore"); 4) l'antiproibizionismo non solo sulle droghe ma anche sulla libertà di ricerca scientifica e sulla libertà di sottoporsi a un determinato trattamento sanitario, compresa la facoltà di rinunciarvi in qualsiasi momento]; b) il rafforzamento del progetto attualmente consistente nel "Tavolo dei liberali veneti" e nel "Coordinamento dei liberali italiani – per una politica liberale"; c) il tentativo di cogliere l’occasione delle prossime elezioni europee per la presenza di un soggetto politico liberale, possibilmente lo stesso Partito liberale europeo dei democratici e dei riformatori (ELDR);
ciò premesso
tutti gli aderenti a Veneto liberale
si impegnano a sostenere la campagna referendaria sui quesiti elettorali promossi dai proff. Guzzetta e Segni;
dichiarano di voler partecipare alla costituzione di un soggetto politico liberale che abbia come riferimento il Partito liberale europeo dei democratici e dei riformatori (ELDR) nell’ottica del Manifesto del 4 luglio 2006 che costituisce il minimo comun denominatore sia del "Tavolo dei liberali veneti" che del "Coordinamento dei liberali italiani – per una politica liberale", attuali provvisori strumenti di azione politica;
manifestano la loro disponibilità a collaborare con il MFE – Movimento Federalista Europeo per una campagna di mobilitazione dei cittadini affinché inducano i propri rappresentanti a convocare, al termine del processo di ratifica del nuovo Trattato dell’Unione Europea, una nuova Convenzione con l’obiettivo di redigere una Costituzione liberale e federale trasformando la Commissione in un vero Governo ed il Consiglio in una autentica "camera degli stati", con la conseguente approvazione di tale Costituzione da una doppia maggioranza di cittadini e di stati in un unico referendum europeo;
invitano il Parlamento italiano ad approvare, assieme alla ratifica del Trattato di Lisbona, un ordine del giorno in cui si impegni il governo a rilanciare il processo costituente europeo;
sollecitano il Partito liberale europeo dei democratici e dei riformatori (ELDR) a indicare un candidato a Presidente della Commissione europea prima delle prossime elezioni europee, "politicizzando" in questo modo le consultazioni per il Parlamento europeo e presentando un vero e proprio "programma di governo" per l’Unione;
danno mandato al segretario di prendere gli opportuni contatti per la partecipazione singola e collettiva al primo "Satyagraha mondiale per la pace" per "rapidamente promuovere e costruire e realizzare un’ALTERNATIVA STRUTTURALE alla minaccia, alla probabilità di un prossimo tremendo conflitto che, divampando dal Medio Oriente, si estenda rapidamente al mondo intero"come si legge nell’appello-manifesto dell’anno scorso firmato tra gli altri da importanti premi Nobel come la senatrice Rita Levi Montalcini o Betty Williams, icone del pop come Peter Gabriel, o intellettuali come lo scrittore israeliano David Grossman e il fotografo Oliviero Toscani.
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BREVE RESOCONTO
UN ANNO DI IMPEGNI POLITICI
08/12/2006 Castelfranco Veneto IX Congresso di Veneto Liberale "Liberali: né Conservatori, né Anarchici – Teoria e prassi politica tra ideologia ed utopia"
04/01/2007 Bologna Incontro di lavoro del Coordinamento dei liberali italiani
17/01/2007 Venezia Incontro con il prof. Guzzetta per la costituzione di comitati referendari
31/03/2007 Treviso Costituzione comitato referendario trevigiano
18/04/2007 Castelfranco Veneto Riunione della direzione di Vl
21/04/2007 Bologna Incontro di lavoro del Coordinamento dei liberali italiani
24/04 -20/07 Campagna referendaria
27/04/2007 Treviso Conferenza stampa di presentazione del comitato referendario trevigiano
5-6/05/2007 Castelfranco Veneto Tavoli con il MFE per il referendum europeo
31/05/2007 Castelfranco Veneto Riunione della direzione di Vl
16/06/2007 Partecipazione all’european referendum day indetto dal MFE
01/07/2007 Treviso III Consulta di liberali in Veneto: "Verso il partito della Riforma? I liberali con i liberali."
16/07/2007 Castelfranco Veneto Riunione della direzione di Vl
10/08/2007 Bologna Incontro di lavoro del Coordinamento dei liberali italiani
29/08/2007 Castelfranco Veneto Riunione della direzione di Vl
22/09/2007 Padova Partecipazione al convegno di Area d’Incontro "Laicità, diritti e welfare"
23/09/2007 Verbania Convegno del Coordinamento dei liberali italiani
31/10/2007 Castelfranco Veneto Riunione della direzione di Vl
10/11/2007 Castelfranco Veneto Partecipazione all’incontro MFE "Il voto è un diritto o un dovere?"
11/11/2007 Fiuggi Messaggio del Coordinamento dei liberali italiani al convegno del PLI
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UNA GIORNATA PARTICOLARE
IL X CONGRESSO DI VENETO LIBERALE
Si è svolto a Castelfranco Veneto, nella saletta del ristorante Anna Smania, solito luogo di raduno dei liberali castellani e veneti, il X congresso di Veneto liberale. Il sodalizio liberale, dichiaratamente federalista, si è sempre offerto come strumento sia per i moderati che per i radicali, sia per i riformisti che per i riformatori. Stavolta suggerisce la costituzione del partito della Riforma con il partito liberale europeo dei democratici e dei riformatori (ELDR). Il superamento di una visione domestica della lotta politica (oltre la contrapposizione tra antiberlusconiani e anticomunisti, tra sinistra e destra, tra partito "Democratico" e partito "della libertà" o partito del "popolo della libertà", o come diavolo si chiamerà la nuova creatura favorita da Silvio Berlusconi) si traduce nella precisa indicazione dell’ELDR come soggetto politico di riferimento, soggetto politico europeo alternativo sia ai conservatori che ai socialisti.
Andiamo con ordine. Beppi Lamedica, segretario uscente, che per statuto presiedeva il congresso, ha aperto i lavori richiamandosi alle molte, troppe morti "bianche" vittime della subordinazione della sicurezza al diritto al lavoro. Tale fenomeno è un altro esempio del degrado non solo politico ma anche morale in cui è ridotta la società italiana.
Molti sono stati i messaggi di saluto da parte di amici e sodalizi che non hanno potuto intervenire.
Dopo una lunga relazione introduttiva nella quale si è sottolineato quanto si è svolto dall’ultimo congresso, si sono suggeriti vari impegni da assumere e sottoposti all’attenzione dei presenti, si è svolto un ampio dibattito.
Tutti gli interventi hanno avuto come minimo comun denominatore la volontà di proseguire nella strategia referendaria, conseguente al successo della raccolta di firme avvenuta nella primavera scorsa e la necessità di dare un respiro più ampio alla lotta politica per non rimanere fossilizzati in una dimensione nazionale.
Michele Marchioro, animatore del "tavolo dei liberali veneti", ha preannunciato per il mese di gennaio un incontro decisivo per i liberali ove eventualmente suggerire il superamento dello strumento "tavolo", affinché lo strumento regionale possa essere più utile per una lotta politica con orizzonti più vasti.
Luca Miotti, già storico segretario del sodalizio, ha manifestato il proprio pessimismo della ragione di fronte alle indubbie difficoltà che la strategia indicata dalla relazione introduttiva possa incontrare.
Marco Cantini, tesoriere uscente, ha rappresentato non tanto il volto dell’ottimismo della volontà che accomuna tutti gli aderenti, ma addirittura l’ottimismo della ragione. Infatti, ha sottolineato, che l’implosione degli schieramenti "perbene" costituisce la precondizione per costruire quel soggetto politico per la "Riforma" vagheggiato sin dalla costituzione del sodalizio.
Interessante l’intervento di Nicola Martini che, quale componente del comitato centrale del MFE e segretario della locale sezione dei federalisti europei, non si è limitato al saluto rituale, ma ha svolto un articolato intervento. Il pericolo di un grave conflitto mondiale non è preannunciato solo da fattori politici come indicato dal Manifesto-appello del 6 novembre 2006 lanciato anche da Marco Pannella e ricordato nella relazione introduttiva, ma anche da fattori economici che rendono la situazione mondiale molto più precaria oggi che qualche anno fa.
Di qui la necessità di accelerare la costruzione di una Europa politica che possa essere protagonista sullo scacchiere internazionale, al fine di essere lo strumento chiave per scongiurare la conflagrazione di un disastroso conflitto.
L’owner della M-L yahoo "liberali veneti", Roberto Granzotto, ha manifestato il proprio pessimismo della ragione sintonizzandosi con l’amico Miotti. Ha indicato in Cantini il vice moderatore della M-L non potendo adempiere in modo soddisfacente il suo ruolo di moderatore.
Andrea Delaini, osservatore curioso dell’attività del sodalizio veneto, ha fatto un intervento sospendendo il giudizio sul "che fare?". Pur essendo un imprenditore, quindi molto sensibile all’attività pratica piuttosto che alla teoria, non si è mai impegnato in attività politica. Ha trovato negli amici di Veneto liberale, un atteggiamento di tolleranza privo di pregiudizi ideologici, il che non lo fa fuggire. Però ha bisogno che quanto ha ascoltato si sedimenti per permettergli qualche suggerimento.
A propria volta Marco Spadaro, responsabile del gruppo in provincia di Venezia nonché prezioso collaboratore del comitato referendario veneziano, ha paventato la possibilità che quello che appare come implosione degli schieramenti "perbene" possa essere solo un lucido tentativo di "normalizzare" il regime, di qui, comunque, la necessità del sostegno alla strategia referendaria anche come occasione per raccogliere quanti più antagonisti possibili.
Il segretario uscente ha proposto la mozione politica che è stata accolta all’unanimità perché raccoglieva le convinzione di tutti gli aderenti a Veneto liberale. Il che ha confermato Beppi Lamedica quale segretario per il prossimo anno.
In particolare, il documento congressuale riafferma il sostegno alla strategia referendaria, la individuazione dell’ELDR quale soggetto politico di riferimento a livello europeo, la volontà di perseguire con il MFE l’accelerazione nella costituzione di una Europa "politica" nonché l’adesione al Manifesto- appello del 6 novembre 2006 per scongiurare un prossimo tremendo conflitto che, divampando dal Medio Oriente, si estenda rapidamente al mondo intero.
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UNO SCAMBIO DI MESSAGGI
I LIBERALI DI FRONTE AL REFERENDUM ELETTORALE
Caro Lamedica,
ho letto, nel sito di "Veneto Liberale", l’articolo titolato «Per la nascita del partito delle riforme» (26/11/2007). Mi ha colpito il riferimento alla legge "Acerbo", la legge elettorale voluta da Mussolini, con la quale si votò nelle elezioni del 6 aprile 1924. Perché si richiama quella legge nel dibattito politico odierno – Ti sei chiesto – «dove sono i fascisti?». Sono ben lieto che oggi non ci sia alcuna forza politica organizzata che abbia le caratteristiche dei fascisti, quali l’Italia conobbe nel Ventennio. Tuttavia, anch’io, in ripetute occasioni, ho fatto riferimento, in negativo, alla legge "Acerbo", come modello di legge elettorale tendente a garantire, con un premio di maggioranza, il costituirsi di una congrua maggioranza numerica in seno all’Assemblea parlamentare. Ho scritto: «né la legge elettorale inglese, né quella tedesca, prevedono alcuna maggioranza numerica garantita. Non bisogna stancarsi di ricordare che la legge elettorale Acerbo (quella applicata nelle elezioni del 1924), per fortuna, non è l’unico modello di sistema elettorale cui ispirarsi».
Il fatto è che tra Forma di governo parlamentare (prevista dalla Costituzione vigente) e maggioranza numerica predeterminata "per legge" c’è incompatibilità logica, prima che politica. Infatti, una maggioranza parlamentare precostituita "per legge" deve fare un’unica cosa: votare disciplinatamente i provvedimenti, di volta in volta, proposti dal Governo. La funzione del parlamentare si risolve nello schiacciare il bottone giusto, al momento delle votazioni. Se il Parlamento si riduce a questo, c’è davvero da chiedersi se abbia senso continuare a corrispondere ai parlamentari il trattamento economico ed i privilegi oggi loro accordati. Si potrebbe obiettare che resta impregiudicato il potere dei deputati di maggioranza di negare il loro voto al Governo, così da indurlo alle dimissioni, ponendo anticipatamente fine alla legislatura. Possibilità teorica: ai deputati dissidenti sarebbe richiesto il suicidio politico. In futuro non sarebbero nemmeno ricandidati: si ricordi che la legge elettorale attualmente vigente, la legge 21 dicembre 2005, n. 270, attribuisce alle segreterie dei partiti ogni potere circa la composizione delle liste elettorali, mentre gli elettori non ci possono mettere becco. Per questo aspetto, l’eventuale vittoria del SI al referendum non cambierebbe alcunché.
Palermo, 1 dicembre 2007
Livio Ghersi

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Anno VIII ? n. 24bis ? 1 dicembre 2007

1 Dicembre 2007 Nessun commento

"[...] Una forma che rende possibile un sistema a due partiti mi sembra essere la migliore forma di democrazia. Essa, infatti, conduce sempre, di continuo, all’autocritica dei partiti. Se nel corso di una elezione uno dei due grandi partiti ha subito una sonora sconfitta, allora si avrà di norma una riforma radicale all’interno del partito.[...] E’ per un chiaro indirizzo politico della maggioranza è importante che ci sia un partito di opposizione il più possibile buono e forte. Altrimenti gli elettori sono costretti spesso a lasciar governare un cattivo governo, avendo motivo di ritenere che, ‘tanto, non c’è niente di meglio’. [...]"
(cfr. KARL R. POPPER "TUTTA LA VITA E’ RISOLVERE PROBLEMI" BOMPIANI, Milano 2001)


"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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X congresso di Veneto liberale
PER IL PARTITO DELLA RIFORMA
con il partito liberale europeo (ELDR)

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Anno VIII ? n. 24 ? 24 novembre 2007

27 Novembre 2007 Nessun commento

"[...] Il problema dei costi impropri e degli sprechi della politica [...] riguarda la tenuta della democrazia italiana.[...] Il tema da noi affrontato [...] rischia di diventare – se non è già accaduto – un vero e proprio fattore di crisi della democrazia italiana. Una crisi di sistema, perché riguarda quel consenso minimo tra cittadini, politica, istituzioni, senza il quale un sistema democratico non regge.[...]"
(CESARE SALVI e MASSIMO VILLONE "IL COSTO DELLA DEMOCRAZIA" Oscar Mondadori, Milano 2007, pag. VII)


"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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X congresso di Veneto liberale
PER IL PARTITO DELLA RIFORMA
con il partito liberale europeo (ELDR)

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Anno VIII ? n. 23bis ? 18 novembre 2007

27 Novembre 2007 Nessun commento

"[...] Considerando che l’uso della pena di morte mina la dignità umana e convinti del fatto che una moratoria sulla pena di morte contribuisca al miglioramento e al progressivo sviluppo dei diritti umani; che non esiste alcuna prova decisiva che dimostri il valore deterrente della pena di morte; che qualunque fallimento o errore giudiziario nell’applicazione della pena di morte è irreversibile e irreparabile; [...]"
(dalla risoluzione approvata dalla commissione ONU sui diritti umani il 15/11/07)


ABOLIRE LO STATO BOIA
Con 99 voti a favore e con 52 voti contro, oltre a 33 astenuti, la risoluzione sulla moratoria della pena di morte è stata approvata nella commissione ONU che si occupa dei diritti umani.
Dopo il Tribunale penale internazionale, la moratoria sulla pena capitale, è una iniezione di fiducia per la speranza di un mondo migliore.
Il 15 dicembre 2007 è una data storica non solo per la determinazione dei radicali che non hanno mai mollato, ma per l’Italia, l’Europa e l’ONU.
In questo momento non posso non rivolgere un pensiero a chi non c’è più e che tanto ha contribuito a coinvolgere molti di noi nella lotta per la moratoria. Maria Teresa di Lascia è stata l’amica e la compagna di lotta che con "Nessuno Tocchi Caino" ha imposto al movimento nonviolento trasnazionale la priorità di questa lotta.
Infine un grazie a Marco Pannella che ha insegnato a qualcuno di non demordere, di non arrendersi e a non mollare.
Ora la risoluzione sulla moratoria dovrà essere approvata in assemblea plenaria, a dicembre, per affermare di aver conquistato ancora un pezzo di civiltà liberale al diritto internazionale. Lo stato boia deve essere abolito.
Beppi Lamedica – Veneto liberale
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NUMERO SPECIALE MORATORIA PENA DI MORTE
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DICHIARAZIONE DI SERGIO D’ELIA, DEPUTATO DELLA ROSA NEL PUGNO E SEGRETARIO DI NESSUNO TOCCHI CAINO, E DI MATTEO MECACCI, VICEPRESIDENTE DEL SENATO DEL PARTITO RADICALE E RAPPRESENTANTE ALL’ONU
Da http://www.radicalparty.org/ 16/11/07
Con il voto di oggi le Nazioni Unite segnano un punto di non ritorno nella battaglia ultradecennale per porre fine alle vendette consumate in nome dello Stato. Una vittoria di una vasta comunita’ di paesi appartenenti a tutti I continenti che segna un grande salto di qualita’ nel modo in cui le Nazioni Unite affrontano le questioni relative al rispetto dei diritti umani.
Il nostro paese, il Governo, il Parlamento e tante organizzazioni non governative sono stati in prima fila da molti anni in questo sforzo. Noi radicali, e in primo luogo Marco Pannella e Emma Bonino, abbiamo iniziato 14 anni fa a lottare con migliaia di militanti ed iscritti per questo obiettivo: un obiettivo che e’ un successo della nonviolenza e, nell’ultimo anno e mezzo, delle azioni di sciopero della sete e della fame che sono state decisive per sconfiggere Il partito "europeo" del rinvio che in questi anni ha impedito all’ONU di pronunciarsi sulla moratoria. L’approvazione della risoluzione per la Moratoria delle esecuzioni capitali da parte del Terzo Comitato delle Nazioni Unite e’ un primo passo decisivo verso l’affermazione del diritto universale a non essere giustiziati dallo Stato. A dicembre la plenaria dell’Assemblea Generale sara’ chiamata a confermare questa prima decisione a lavoreremo senza tregua affinche’ cio’ avvenga, confermando lo storico risultato odierno.
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E’ IL MOMENTO DI FERMARE TUTTI I BOIA
di DESMOND TUTU da CORRIERE DELLA SERA del 16/11/07
Nel XX secolo la maggioranza delle nazioni hanno fatto ricorso alla pena di morte. Alla fine del millennio, però, molte hanno cominciato a chiedersi se uccidere attraverso il sistema giudiziario sia positivo.
Sono oltremodo felice che la pena di morte si stia abolendo nel mondo: per un cristiano il cui credo si basa sul perdono, la pena di morte è inaccettabile. 130 Paesi hanno abolito la pena di morte, in modo legale o in pratica. Dal 1990, 50 nazioni hanno abolito la pena di morte per qualsiasi tipo di crimine: l’anno scorso, solo 25 Paesi hanno applicato l’esecuzione capitale.
Così forte è il sentimento globale contro la pena di morte (con l’eccezione significativa di Stati Uniti, Cina e Singapore), che una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni e l’abolizione della pena capitale è stata presentata all’Assemblea generale dell’Onu. (…) Anche io ho provato l’orrore di essere vicino all’esecuzione, e non solo durante l’epoca dell’apartheid in Sudafrica, quando il Paese aveva una delle più alte percentuali di esecuzioni capitali, ma, pure, in altre nazioni. Sono stato inoltre testimone di quelle vittime della pena di morte di cui le autorità non fanno mai menzione: le famiglie di chi è mandato a morte. Ricordo i genitori di Napoleon Beazley, un giovane afroamericano condannato a morte del Texas, dopo un processo con varie tracce di razzismo. Il loro dolore era evidente via via che si avvicinava la data dell’uccisione del figlio da parte dello stato cui loro stessi pagavano le tasse: posso solo arrivare a immaginare l’intollerabile sofferenza che hanno provato al momento di dire addio al figlio il giorno dell’esecuzione.
Spesso, chi è favorevole alla pena di morte ci domanda: «E se tuo figlio venisse ammazzato?» La rabbia è una reazione comune all’omicidio di chi ci è stato caro, e il desidero di vendetta è comprensibile. Ma se la persona condannata a morte fosse tuo figlio? (…) Castighi, risentimenti e vendette ci hanno lasciati con un mondo intriso del sangue di troppi nostri fratelli e sorelle. La pena di morte è parte di questo processo; ci dice che uccidere in certe circostanze è accettabile, e incoraggia la dottrina della vendetta. Se vogliamo spezzare cicli del genere, dobbiamo abolire la violenza sancita dal governo.
È giunto il momento di abolire la pena di morte in tutto il mondo, e argomenti validi per tale abolizione diventano ogni anno più irrefutabili. L’esperienza ci mostra, ovunque, che le esecuzioni brutalizzano tanto chi è coinvolto nel processo quanto la società che le mette in atto; da nessuna parte, invece, ci viene dimostrato che la pena di morte riduca il crimine o la violenza politica. Paese dopo Paese, è usata, in modo sproporzionato, contro i poveri o contro le minoranze razziali o etniche. È frequentemente adoperata come strumento di repressione politica. È imposta e inflitta in modo arbitrario. È un castigo irrevocabile che ha come inevitabile conseguenza l’uccisione di persone del tutto innocenti. È una violazione dei fondamentali diritti umani.
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NOTE
Il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, 76 anni, sudafricano, è un arcivescovo anglicano e un attivista diventato famoso durante gli anni ’80 per l’opposizione all’apartheid. Ha ricevuto il Nobel per la pace nel 1984.
© Guardian News & Media 2007
Traduzione di Francesco Santovetti
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LA VITTORIA DELLA CIVILTÀ GIURIDICA
di ANTONIO CASSESE da LA REPUBBLICA del 16/11/07
L’approvazione della risoluzione sulla moratoria della pena di morte, nella Terza Commissione dell’Assemblea Generale dell’Onu, non è solo una grande vittoria politica e morale per l’Italia e l’Europa. E’ una grande vittoria per la civiltà giuridica moderna e per i diritti umani. Per la prima volta il "Parlamento" mondiale si oppone ad una visione arcaica della pena, ribadendo il diritto alla vita e alla dignità.
La battaglia all’Onu è stata accanita. E gli avversari sono anche ricorsi a colpi bassi. I fautori del principio che contro gli assassini lo Stato deve farsi a sua volta assassino hanno strenuamente oppugnato il progetto di risoluzione difeso in prima linea dall’Italia e dai paesi dell’Unione Europea. Le Grandi Potenze sostenitrici della pena capitale (gli Stati Uniti, la Cina, il Pakistan, l’Iran, i maggiori paesi arabi) non sono scesi in campo direttamente. Forse consapevoli che alla lunga la loro è una battaglia persa sul piano ideologico e politico, perché la valanga dei diritti umani sta travolgendo le ultime trincee della sovranità statale, hanno mandato alcuni paesi minori a cercare di ammazzare o azzoppare la risoluzione: Singapore, l’Egitto, i paesi caraibici. Questi hanno presentato ben 14 emendamenti, tutti volti a rinviare il dibattito o a privare la risoluzione di ogni nerbo. Il più importante è stato quello presentato da 39 paesi (fra cui 18 Stati arabi o musulmani), guidati dall’Egitto. Questo emendamento proclamava il principio secondo cui ogni Stato ha diritto al rispetto del suo "dominio riservato"; con la conseguenza che rientra nelle sue prerogative sovrane esclusive decidere come punire i criminali. Se quell’emendamento fosse stato approvato, avremmo fatto un passo indietro di decenni. La sua sconfitta ha anche un grande valore simbolico: significa che il modo in cui uno Stato – l’Italia, la Francia, la Cina, l’Egitto, il Giappone, l’Iraq – punisce coloro che hanno commesso reati nel suo territorio non è più un terreno di caccia riservato, materia in cui nessun altro può ingerirsi. No, oggi tutti gli altri Stati e i cittadini del mondo hanno diritto di interloquire e far pesare esigenze etiche di portata universale; e lo possono fare facendo sentire la loro voce attraverso il massimo organo assembleare del mondo.
Certo, questo è solo un piccolo passo. La risoluzione giuridicamente non è vincolante, non impone cioè alcun obbligo. Gli Stati possono fare orecchie da mercante e disattenderla senza incorrere in alcuna sanzione. Bisognerà inoltre aspettare la conferma della risoluzione nella plenaria, a dicembre. Ma la risoluzione ha un grande significato etico-politico. E’ un primo passo: con la sua adozione si è messo in moto un processo di erosione di quella visione primitiva della pena e più in generale dei rapporti umani, così diffusa ancora nel mondo.
Si tratta di una svolta significativa nelle relazioni internazionali. Facciamo dunque tanto di cappello a D’Alema, al Sottosegretario Vernetti e agli eccellenti diplomatici italiani a New York, ai radicali italiani, per aver reso possibile questa svolta. Dobbiamo esser loro grati perché ci hanno dimostrato che la politica estera si può condurre non solo per tutelare interessi nazionali – interessi economici, commerciali o geopolitici- ma anche per affermare grandi principi etico-politici, nell’interesse non di questo o quello Stato, di questo o quello schieramento, ma di tutta la comunità internazionale.
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QUANDO IL PAESE SA ESSERE LEADER
di UGO TRABALLI da IL SOLE 24 ORE del 16/11/07
A essere onesti, è piuttosto raro che accada. Ma quando gli italiani sanno uscire dalla loro palude quotidiana, quando sanno volare alto sopra tutto quello che credono sia decisivo e invece è irrilevante; quando questo accade, gli italiani sanno fare la loro figura. Stupendo alla fine se stessi.
L’altro ieri il comitato militare della Nato ha scelto come suo presidente l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. È il secondo italiano nella storia dell’Alleanza atlantica che ricopre questo incarico. Se il dettaglio può servire a capire che, quando vogliamo, sappiamo essere migliori anche dei nostri stereotipi, Di Paola è un meridionale dì Torre Annunziata. Ieri a New York è passata, in commissione alle Nazioni Unite, la risoluzione contro la pena di morte nel mondo che Emma Bonino inseguiva da tempo. Da quando ha cominciato ad appassionarsi di politica: praticamente da bambina.
Né il comitato militare della Nato né un voto all’Onu sulle questioni umanitarie cambieranno il mondo. Cina, Stati Uniti e un cospicuo numero di altri Paesi, continueranno ad applicare la pena capitale. Se la risoluzione passerà a dicembre anche in Assemblea generale, sarà un po’ più dura farlo, e non solo moralmente. Ma continueranno a farlo. La nomina di un generale e un voto come quello all’Orni sono comunque importanti successi per il Paese che li ottiene. In tutti i sensi: la qualità delle persone che vengono candidate, l’abilità dei diplomatici di mediare e conquistare voti, la credibilità della cultura e della società che rappresentano.
Chiunque abbia la fortuna di uscire di tanto in tanto dall’Italia sa che il giudizio verso di noi è piuttosto complesso: simpatici ma poco seri, geniali ma con un senso della legalità molto basso. In Libano, che non è all’avanguardia nell’efficienza e nella stabilità, quando non sanno spiegarsi perché una cosa non funziona, dicono «al hak ala tulien», sarà colpa degli italiani. Siamo i primi a stupirci quando invece parlano bene di noi in qualcosa che non sia il calcio o se otteniamo una carica per meriti professionali. Come i militari in missione: all’estero sono richiesti ovunque per la loro professionalità, in Italia sono giudicati in base a quale maggioranza ne ha votato la missione.
Se alla fine la risoluzione sulla pena di morte diventerà impegno universale, il solito cicaleccio italiano si chiederà perché Emma Bonino abbia speso così tanto di sé per qualcosa che non porterà voti alle prossime elezioni; se il farlo sia stato di destra o di sinistra; se in tutto questo ci sia qualcosa di abbastanza "controversiale" per sollevare almeno una polemichetta tra un sottosegretario e una velina.
Noi sappiamo che l’Italia può essere meglio di tutto questo. Certo, bisogna fare un po’ di fatica. La stessa che ha fatto Giampaolo Di Paola per diventare sommergibilista e poi ammiraglio alla Nato; la stessa di Emma Bonino la quale, per capire meglio i problemi del mondo, ha pensato che andare a vivere per un po’ al Cairo a studiare l’arabo fosse più utile che ottenere una poltrona a Roma: per piccola che fosse, essendo lei solo una radicale.
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NO ALLA PENA DI MORTE L’ITALIA VINCE ALL’ONU
di MAURIZIO MOLINARI da LA STAMPA del 16/11/07
Con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti le Nazioni Unite danno il primo via libera alla moratoria sulla pena capitale al termine di una battaglia diplomatica che ha visto la coalizione di Paesi guidata dall’Italia restare compatta di fronte all’assalto di un agguerrito fronte pro-pena capitale. Sarà adesso la plenaria dell’Assemblea Generale a esprimere in dicembre il voto definitivo.
La vittoria per la moratoria è maturata quando la terza commissione del Palazzo di Vetro ha respinto uno dopo l’altro gli ultimi emendamenti-killer contro la risoluzione presentati da Egitto e Malaysia. Battuti con una differenza sempre superiore ai 20 voti, i diplomatici del Cairo hanno tentato di evitare in extremis la moratoria presentando tre emendamenti anti-abortisti al fine di snaturare la votazione.
Ma l’iniziativa egiziana, sostenuta da Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Libia, Iran e Sudan, non ha avuto esito perché la coalizione guidata dall’Italia ha tenuto su un fronte di oltre ottanta voti, senza mai incrinarsi. E lo stesso è avvenuto quando Singapore ha tentato di far leva sulle procedure per rimandare l’approvazione allontanando il voto finale.
In occasione di ogni scontro la coalizione pro-moratoria si è mossa facendo attenzione a non apparire troppo occidentale o europea: mentre gli ambasciatori dell’Ue mantenevano un profilo basso, sono stati Messico, Filippine, Colombia e Gabon a difendere la risoluzione dagli attacchi di arabi e caraibici, che invocavano una solidarietà terzomondista contro «il disegno dell’Ue di imporci i suoi valori» come detto da Sudan e Barbados.
Durante l’ultima fase delle votazioni gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto contro la moratoria: il rappresentante di Washington prima ha concordato con gli egiziani la mossa anti-abortista, poi l’ha sostenuta con un intervento a molti apparso in contraddizione con il fatto che l’aborto è legale negli Usa. «Siamo contrari a vietare l’aborto – ha detto una feluca americana – ma abbiamo scelto di sostenere l’emendamento anti-moratoria».
Seduto al posto dell’Italia, l’ambasciatore Marcello Spatafora ha coordinato le mosse della coalizione, preparate in anticipo dagli 86 co-sponsor. «Tutto è andato secondo lo schema studiato – ha detto l’ambasciatore a successo acquisito – e in questa maniera abbiamo evitato autogol dell’ultima ora». Proprio Spatafora ha pronunciato in aula la dichiarazione di voto concordata con i co-sponsor, augurandosi che «l’approvazione sia un momento di inizio per lavorare assieme, per costruire e non dividerci».
Quando sul cartellone luminoso è apparso il risultato della votazione, l’aula della terza commissione ha risposto con l’applauso corale dei co-sponsor e il gelido disappunto dei contrari. Il plauso del governo è arrivato dal presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha parlato di «successo per la battaglia condotta dall’Italia» mentre per il sottosegretario Gianni Vernetti, impegnato a New York nella maratona negoziale, si tratta di «un omaggio all’inalienabile diritto alla vita che apre la strada all’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Generale».
«E’ un voto storico perché segna la fine dello Stato Caino» ha aggiunto il radicale Sergio d’Elia, spiegando che «si afferma nella comunità internazionale il principio che lo Stato non può disporre liberamente della vita dei cittadini».
In coincidenza con le votazioni all’Onu la Corte Suprema Usa ha bloccato l’esecuzione in Florida di Mark Dean Schwab, condannato per l’omicidio del giovane Junny Rios-Martinez. La decisione è dovuta alle obiezioni contro il metodo dell’iniezione letale, già più volte espresse. Tale orientamento è, per molti giuristi, ad una moratoria di fatto.
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LETTURE
EVA CANTARELLA "IL RITORNO DELLA VENDETTA" Bur -RCS Libri SpA, Milano 2007
PENA DI MORTE: GIUSTIZIA O ASSASSINIO?
Un segnale che contraddirebbe la rinascita del liberalismo a livello globale e a livello nazionale è sottolineato in questo bel libretto di Eva Cantarella, docente di Diritto romano e Diritto greco antico presso l’Università degli Studi di Milano.
L’attuale iniziativa, anche del governo italiano, per la moratoria universale della pena di morte, è una risposta liberale per tentare di contrastare la pericolosa tendenza a confondere la vendetta con la giustizia.
Scrive la Cantarella "[...] Il maggior contributo storico dell’Illuminismo è stata la riforma in senso umanitario del diritto penale. [...]". Centrale, perciò, fu la figura di Cesare Beccaria e la sua ostilità manifestata nei confronti della pena capitale con il famoso scritto "Dei delitti e delle pene". Il successo della sua opera fu dovuto anche al sostegno di Voltaire, il che non ha mancato di influenzare i governanti europei.
All’origine dell’avversione nei confronti della pena di morte non c’erano solo motivi umanitari ma anche la concezione della funzione riabilitativa della pena: la pena capitale impedisce la riabilitazione del condannato. Una giustizia che non si pone l’obiettivo della riabilitazione del condannato, non può essere considerata civile.
Alla fine degli anni sessanta e nei primi anni settanta dello scorso secolo "la percezione del fallimento dei programmi di riabilitazione, il timore che tali programmi si prestassero ad abusi amministrativi e la crescita della criminalità" avrebbero messo sotto accusa la concezione della funzione riabilitativa della pena riaffermando le teorie retributive. Si è teorizzata, ossia, la "giustizia riparativa" con la quale si dà maggior peso alle emozioni della vittima, e tra le emozioni vi è anche il desiderio di vendetta.
Questa ventata contro la funzione riabilitativa della pena prima ha influenzato la legislazione statunitense ed ora minaccia anche quella europea e italiana, in particolare.
Per fortuna la nostra Costituzione (art. 27) stabilisce che "Le pene…devono tendere alla rieducazione del condannato" il che sicuramente ostacola la reintroduzione della pena capitale nel nostro ordinamento, però non sembra un argine sufficiente per inasprimenti ingiustificati delle pene com’è accaduto con la nuova normativa della recidiva introdotta dal governo Berlusconi.
Il libro è dotato di un’appendice in cui spicca una relazione dell’Associazione "Nessuno Tocchi Caino" che, da anni, grazie anche all’impegno di Sergio d’Elia, si batte per la moratoria universale della pena di morte.
Concludendo è un libro utile per chi, ritenendosi liberale, voglia orientarsi nel dibattito in atto sul tema della giustizia nel nostro paese. (bl)
INDICE: Questo libro è…PARTE PRIMA: 1. New Jersey, USA, marzo 2006: processo a un omicida. 2. La concezione arcaica della vendetta. 3. Prima di Beccaria: tra XIII e XVII secolo. 4. L’Illuminismo. 5. L’Italia: il lungo cammino verso l’abolizione. PARTE SECONDA: 1. La pena di morte oggi. 2. Perché negli Stati Uniti esiste ancora la pena di morte? Il dibattito sulla "singolarità americana". 3: Uno sguardo agli ultimo trent’anni: verso l’abolizione? 4. La modernizzazione: l’iniezione letale. 5. La riconcettualizzazione della pena: dalla prevenzione alla retribuzione. 6. La giustizia riparativa. 7. Il Movimento per i Diritti delle Vittime e i Victim Impact Statementes: giustizia o vendetta? 8. La rivalutazione della vendetta. 9. Il ritorno delle Erinni. ANTOLOGIA: Eschilo: Eumenidi – Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene – Maximilien de Robespierre: Discorso sulla pena di morte – Emilio Dolcini: Rieducazione del condannato e rischi di involuzione neoretributive: ovvero della lungimiranza del costituente. – Antonello Calore: La pena e la storia. – AA.VV. Nessuno tocchi Caino: I fatti più importanti del 2005 (e dei primi mesi del 2006).
(da pnm A. VIII n. 17 del 22/08/2007)
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"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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X congresso di Veneto liberale
PER IL PARTITO DELLA RIFORMA
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Anno VIII ? n. 23 ? 10 novembre 2007

10 Novembre 2007 Nessun commento

"[...] Senza democrazia, cioè senza eguaglianza delle condizioni sociali e giuridico-politiche, anche la libertà può esistere solo come privilegio di pochi, non come patrimonio di tutti. [...] Eguaglianza e libertà sono, in una società democratica, sempre in equilibrio assai precario e che l’eguaglianza minaccia continuamente la libertà (come è dimostrato dalla tirannide della maggioranza, da intendersi [...] non in senso meramente aritmetico, ma in senso assai più lato, come tirannide della mentalità diffusa nella massa). Da buon liberale, Tocqueville è assai più interessato alla libertà che all’eguaglianza anche se egli è consapevole [...] che senza eguaglianza (sociale e giuridico-politica) non ci può essere libertà, e che quindi l’eguaglianza non è solo ineluttabile dal punto di vista storico, ma è anche indispensabile dal punto di vista politico; il che, d’altro lato, non gli impedisce di vedere [...] che l’eguaglianza è il presupposto di processi sociali e politici che minacciano gravemente la libertà. Quest’ultima, quindi, deve essere continuamente promossa e difesa.[...]"
(GIUSEPPE BEDESCHI "TOCQUEVILLE" Laterza, Roma-Bari, 1996)

"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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APPUNTAMENTI
TORINO Novembre -Dicembre Mostra fotografica "Utopia e riforme. l’attualita’ dell’insegnamento di Ernesto Rossi" (1897- 1967) Inaugurata a Torino il 1° novembre 2007 dalla Consulta torinese per la laicità delle Istituzioni, in collaborazione con l’unione culturale "Franco Antonicelli", è disponibile per la visione al pubblico nei mesi di novembre e dicembre 2007, dal lunedì al venerdì (15,00 -19,00), presso l’unione culturale "Franco Antonicelli", in via Cesare Battisti 4, Torino.
FIUGGI 9-10-11/11 dalle h. 16 del 9 alle h. 13 c.a dell’11 Hotel Bristol – via Rettifilo, 21 Interverranno: On. Stefano de Luca Segr. Naz. PLI On. Daniele Capezzone Pres.Decidere.Net On. Francesco Nucara Segr. Naz. PRI
MILANO 11/11/07 h. 10.30 Piazza Missori 1 Hotel Dei Cavalieri (sala carmagnola) "Una proposta per fermare il declino e per rilanciare lo sviluppo" Manifestazione promossa da Società Aperta, Terza Repubblica, I Socialisti Italiani della Lombardia e dall’ Associazione dei Democratici cristiani di Lombardia parteciperanno: Nuccio Abbondanza, Enrico Cisnetto, Lamberto Dini, Giorgio La Malfa, Gian Stefano Milani, Gaetano Morazzoni
MILANO 12/11/07 h. 18:00 piazza Castello 23 (MM Cadorna), Seminario Rothbard a Milano su OGM e diritto Alessandro Spina, dell’università di Siena, affronterà la questione della compatibilità tra colture tradizionali e i nuovi prodotti geneticamente modificati. Al termine della presentazione vi sarà spazio per una discussione. L’incontro sarà chiuso da un piccolo buffet.
ROMA 24/11/07 Piazza San Lorenzo in Lucina 43 (Spazio Etoile) – h.10:00 – 17:30 Riunione di tutti i Comitati Referendari
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EMERGENZA
Si fa un gran parlare dell’emergenza criminalità. I parlamentari litigano sulla necessità di introdurre nuove norme per arginare la delinquenza. E’ uno strano atteggiamento. In Italia vi sono circa 62.000 (diconsi sessantaduemila) leggi (secondo alcuni ce ne sarebbero anche di più). Ma allora, lamentarsi per l’insufficienza di leggi significa denunciare il lassismo dei tutori dell’ordine? Perché non lo si dice chiaramente? Ormai il regime (sistema) sta crollando. Non sarebbe male che i detentori del potere cominciassero a confessare i loro poco commendevoli comportamenti. Sarebbe un servizio utile alla nuova classe dirigente per evitare di cadere nei loro stessi errori.
Invece, gli attuali detentori del potere pensano di usare "l’emergenza criminalità" quale cortina fumogena per coprire i segni del degrado del regime (sistema) cercando di distrarre l’attenzione dei cittadini dal processo al Palazzo che si sta per istruire. L’emergenza terrorismo è servito al regime, negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, per sottrarsi al giudizio dei cittadini che già allora davano segnali di volere una nuova repubblica non più partitocratrica, sindacatocratica e burocratica. Gli attuali detentori del potere vorrebbero ripetere l’operazione? Stavolta non dovranno riuscirci. (bl)
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PENA DI MORTE
PRESENTATA LA MORATORIA ALLE NAZIONI UNITE
da L’UNITA’ 2/11/07
La battaglia per la moratoria universale della pena di morte entra nel vivo: al termine di una maratona negoziale al Palazzo di Vetro, Brasile e Nuova Zelanda a nome di altri 70 co-sponsor hanno depositato il testo che fa appello a tutti gli stati che ancora mantengono la pena di morte a «stabilire una moratoria sulle esecuzioni in vista della loro abolizione».
Il testo fa anche appello agli stati che hanno la pena di morte a «ridurne progressivamente» l’uso e «il numero di delitti per i quali può essere imposta», mentre chiede alle nazioni che hanno mandato in pensione il boia a non reintrodurre il regime della morte di stato.
L’Assemblea Generale – «guidata» dagli obiettivi e dai principi della carta delle Nazioni Unite e «richiamando» la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – chiede al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon di far rapporto sulla sua attuazione alla 63esima Assemblea Generale che si aprirà a New York nel settembre 2008.
«Con oggi speriamo di aver compiuto un passo definitivo e irreversibile verso l’approvazione della moratoria sulla pena di morte», ha detto il presidente del Consiglio Romano Prodi sottolineando la «grande soddisfazione non solo per il governo italiano, che ha speso grandi energie per ottenere questo risultato, ma anche per il Parlamento che con un voto unanime, aveva dato forte impulso e convinto appoggio all’azione dell’esecutivo».
La moratoria sulla pena di morte è rimbalzata al Congresso dei radicali italiani a Padova e Emma Bonino, che fino a giovedì scorso a New York aveva febbrilmente negoziato sul testo, è scoppiata in un pianto di gioia. Venerdì intanto una delegazione della Comunità di Sant’Egidio guidata dal portavoce Mario Marazziti e la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte presenteranno al presidente dell’Assemblea Generale Srgian Kerim cinque milioni di firme a favore della moratoria.
A questo punto comincia la vera battaglia da affrontare, ha detto l’ambasciatore italiano all’Onu Marcello Spatafora con «determinazione» ma anche «massima flessibilita». La risoluzione non è un documento vincolante, ma come tutti i testi varati dall’Assemblea Generale ha forte peso morale, tant’è che per due volte, nel 1994 e nel 1999 i paesi del partito della pena di morte sono riusciti a far deragliare iniziative analoghe spaccando la coesione europea.
Un accordo tra i 27 dell’Ue è stato invece stavolta raggiunto, anche se con qualche difficoltà: alcuni paesi – tra cui Olanda e Belgio – volevano fino all’ultimo un testo più forte, puntato sulla richiesta dell’abolizione della pena capitale.
Alla fine ha prevalso la linea dell’Italia: moratoria e nulla di più. Il fronte pro-moratoria non può comunque riposare sugli allori: il testo dovrà affrontare l’ostracismo di Paesi come Egitto, Singapore e alcuni caraibici, determinati ad affondarla con «emendamenti killer» o mozioni di non luogo a procedere.
Rispetto a otto anni fa ci sono motivi di cauto ottimismo: negli Stati Uniti, dove gli umori forcaioli del 1999 hanno lasciato spazio a un dibattito pieno di interrogativi sulla opportunità di fermare il boia, l’ambasciatore all’Onu Zalmay Khalilzad ha lasciato intendere che Washington terrà un basso profilo sulla questione. Lo stesso atteggiamento potrebbe tenere la Cina dove il numero delle esecuzioni è in calo a causa di più severe misure giuridiche rispetto al passato.
Se tutto andrà come previsto, il testo della risoluzione verrà discusso e votato in commissione tra il 14 ed il 29 novembre, per poi approdare in Assemblea Generale a metà dicembre, in coincidenza con la presidenza di turno italiana del Consiglio di Sicurezza.
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REFERENDUM
INCONTRO NAZIONALE DEI COMITATI LOCALI
5/11/07
Avrà luogo a Roma, sabato 24 novembre dalle ore 10.00 alle ore 17.00, l’incontro dei Comitati locali per i Referendum elettorali.
La riunione si svolgerà presso lo Spazio Etoile in Piazza San Lorenzo in Lucina, 43, facilmente raggiungibile con la Metro (linea A fermata Spagna) o con i mezzi pubblici.
Si tratta del primo momento di riflessione dopo la chiusura della campagna di raccolta firme ed in attesa che la Cassazione (il nodo dovrebbe però essere sciolto nelle prossime ore) e la Corte Costituzionale si pronuncino sull’ammissibilità delle richieste referendarie.
Sarà possibile inoltre intervenire e portare la propria testimonianza o illustrare le proprie idee sulle iniziative da intraprendere prenotando la richiesta di intervento. E’ sufficiente inviare una mail a msegni@tin.it oppure info@referendumelettorale.org
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LA VERA ESIGENZA ITALIANA
NON É CAMBIARE LA MAGGIORANZA, MA CAMBIARE LE REGOLE.
Dalla NEWSLETTER N. 116 dell’8/11/07
Caro amico,
nei mesi scorsi ci siamo ritrovati con grande entusiasmo nella raccolta delle firme. I fatti successivi hanno dimostrato la validità della nostra azione. La incapacità del sistema di affrontare la riforma é sotto gli occhi di tutti, e il referendum rimane l’unico strumento per dare al paese nuove regole. Anche se pochi mesi ci separano dalla campagna referendaria le incognite sono molte. Tra queste il dibattito sulla finanziaria. Non entro nel merito. Mi limito a una constatazione di assoluta evidenza: la eventuale crisi di governo, con le probabili elezioni anticipate, é il pericolo più grave per la iniziativa referendaria. Chi è convinto della validità del referendum dovrebbe fare di tutto per evitare la crisi.
So di dire una cosa impopolare, ma proprio per questo la dico apertamente: le elezioni anticipate sarebbero una iattura, una vittoria di chi non vuole cambiare nulla. Anche nel caso probabile di una vittoria della destra, e persino di una vittoria ampia, avremmo un Parlamento in cui le spinte centrifughe e le rissosità tornerebbero presto a prevalere. Ci troveremmo di fronte a un’altra delusione collettiva, in un clima ancora più pessimistico e rassegnato. Le elezioni anticipate sono una via di uscita quando il sistema funziona; se é inceppato non servono; prima bisogna riparare i guasti.
Anche tra noi vi sono idee diverse. Assieme ad altri, anche il partito che più di ogni altro si é battuto per il referendum, Alleanza nazionale, punta alla crisi e al voto anticipato. E’ una posizione legittima ma che non condivido. La vera esigenza italiana non é cambiare la maggioranza ma cambiare le regole. Del resto il referendum nasce proprio dalla convinzione che non si può andare al voto senza le riforme. Ed é su questa posizione che abbiamo ottenuto nel raccogliere le firme uno straordinario consenso. Non aggiungo altro. So che i problemi sono complessi, ma sugli obiettivi di fondo ci troviamo in pieno accordo, e vedrai anche tu il modo di raggiungerli.
Mario Segni
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IL PERICOLO DEI LUOGHI COMUNI
LA METÀ DEL PAESE OSTAGGIO DELLA PAURA
di ILVO DIAMANTI da LA REPUBBLICA del 6/11/07
In Italia si aggira uno spettro inquietante. E’ l’insicurezza. Tanto densa e tanto acuta da sfiorare la paura. Dell’altro. Una indagine condotta nei giorni scorsi da Demos per la Fondazione UniPolis delinea queste tendenze in modo inequivocabile.
Secondo l’indagine (in corso di svolgimento: verrà presentata nelle prossime settimane), cinque persone su dieci oggi ritengono che, nella zona di residenza, la criminalità sia cresciuta negli ultimi anni. Si tratta di un dato superiore di sei punti percentuali rispetto a cinque mesi fa. Ma di quasi venti rispetto a due anni addietro. Inoltre, quasi nove persone su dieci (praticamente tutti) pensano che la criminalità sia cresciuta in Italia. Cinque punti percentuali in più rispetto allo scorso giugno; otto rispetto a due anni fa. La paura, quindi, è diffusa, sul territorio. Influenzata da fattori che, in parte, trascendono l’esperienza personale, visto che la percezione dell’illegalità è maggiore quando si fa riferimento a contesti più distanti da noi. L’Italia piuttosto che il nostro quartiere. Tuttavia, l’insicurezza è cresciuta soprattutto in rapporto alla realtà locale. Insieme, è montata anche la paura dello "straniero". Ormai, il 47% degli italiani considera gli immigrati un pericolo per l’ordine pubblico e per la sicurezza personale. Si tratta del dato più elevato dal 1999 ad oggi. Nel 2003 la pensava in questo modo il 33% della popolazione, due anni fa il 41%.
Fra insicurezza e immigrazione c’è un legame stretto. Il peso di quanti ritengono cresciuta la criminalità (sia locale che nazionale), infatti, è massimo tra coloro che considerano gli immigrati un pericolo.
In parte, questi sentimenti si spiegano con l’effettivo incremento degli immigrati e dei reati commessi dagli immigrati. Però, appunto: solo in parte. Rammentiamo, per analogia, lo scenario del 1999, quando la percezione del pericolo raggiunse indici molto simili ad oggi. Influenzata, più che dalla realtà, dall’immagine. Dalla rappresentazione offerta dai media. Episodi criminali cruenti rilanciati, in modo martellante, da giornali e tivù. Insieme agli sbarchi dei disperati, che abbordavano le nostre coste. L’insicurezza salì. Anche se la criminalità, nel corso degli anni Novanta, si era notevolmente ridimensionata. Tuttavia, l’enfasi mediatica contribuì ad accentuare la sfiducia nei confronti del governo di centrosinistra. Ritenuto, allora come ora, meno adeguato ad affrontare la sfida dell’insicurezza. Così, nel 2001 la CdL vinse le elezioni. E la paura, all’improvviso, si ridimensionò. E l’Italia apparve, per qualche anno, meno insicura. Oggi, l’emergenza sembra tornata. Come e più di allora. Le "carrette del mare" hanno ripreso a sbarcare sulle nostre coste il loro carico di disperazione. Peraltro, a dispetto delle apparenze, una frazione limitata dell’immigrazione clandestina. Ma gli sbarchi sono spettacolari. Come i delitti. Soprattutto se atroci. Come quello, orribile, commesso a Tor di Quinto. Ai danni della povera Giovanna Reggiani. L’orrore, la pietà, la rabbia: sui media, fanno ascolti eccezionali. Ma l’onda dell’indignazione rischia di trasportarci lontano dalla "normalità". E dalla realtà. Domenica, Repubblica ha pubblicato una lettera di Romano Prodi, che raccontava un episodio di vita quotidiana. Qualche ora passata agli uffici comunali di Bologna, per rinnovare la sua carta di identità, scaduta. In mezzo a numerosi immigrati, di diverse nazionalità. A parlare di cose quotidiane. Un pezzo di realtà quasi irreale. Uno spaccato di vita normale che urta contro la rappresentazione iperbolica dell’immigrazione, a cui siamo avvezzi. Eppure testimonia di un’impresa quasi eccezionale, nella sua normalità. Rammenta che, in pochi anni, siamo divenuti un Paese ad alta presenza di stranieri (oltre il 6% della popolazione). Come Francia, Germania e Gran Bretagna. Dove il fenomeno ha una storia assai più lunga della nostra. Senza venirne travolti. Grazie alla capacità di integrazione della società, delle reti di solidarietà, dell’associazionismo cattolico, ma anche laico; al lavoro quotidiano degli enti locali. Anche quelli governati dalla Lega: "cattivi" a parole, ma "buoni" nei fatti. Ma il dibattito politico generale, invece di valorizzare la capacità di adattamento espressa dal nostro tessuto sociale e locale, pare ispirato da preoccupazioni elettorali. Trainato dalla narrazione truce dei media. Così, come nel 1999, è tornata la sindrome dell’assedio. Dovunque, romeni e rom, pronti ad assalire i cittadini inermi. Come ieri gli albanesi, l’altro ieri i cinesi, prima ancora i maghrebini. La Padania suggerisce, per assonanza, anche i Romani. E, già che ci siamo, anche Romano.
Nel buco nero dell’indistinto, d’altronde, ogni pregiudizio trova conferma e ogni paura risposta. Di certo, non soluzione.
Meglio, allora, provare a distinguere. Aggiungere qualche informazione. (Che attingiamo dal prezioso lavoro di documentazione condotto dal Caritas/Migrantes). Utile, comunque, a evitare le trappole del luogo comune.
1. I Rom non sono i romeni. I quali, in Italia, oggi sono circa 600mila. Il primo gruppo nazionale, per entità. Hanno un alto livello di scolarità. Sono in larga misura occupati. Perlopiù nelle costruzioni e nei servizi. In Italia operano circa 15 mila aziende romene (soprattutto edili). Quanto basta per contrastare le immagini che rappresentano i romeni come una "folla criminale".
2. Sotto il profilo delle statistiche giudiziarie, i reati commessi dai romeni rappresentano circa un sesto sul totale delle denunce ai danni di stranieri. Il che coincide con il loro peso sul totale degli immigrati. Nel Lazio pare vi siano un terzo dei romeni denunciati in Italia. Ma i dati disponibili non permettono di esprimere stime precise, al proposito. Sufficienti,però, a consigliare prudenza prima di esprimere giudizi poco fondati, oltre che indecorosi, sulla vocazione criminogena dei romeni.
3. Il flusso dei Rom è effettivamente cresciuto, negli ultimi tempi, anche in seguito alle pressioni esercitate su di loro dalla Romania. I Rom. Stanno ai margini della nostra società e delle nostre città. In Italia, come ha mostrato Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, suscitano diffidenza in otto italiani su dieci. Ma lo stesso avviene in Europa. In Romania, peggio che altrove. I Rom, nella "normalità", sono autori di illegalità diffuse. Reati piccoli, che suscitano grande insofferenza. Ma, sicuramente, non sono attori di "grande criminalità". L’autore dell’orrendo crimine di Roma è un "deviante", marginale perfino tra i Rom. Non a caso a denunciarlo è stata una donna Rom.
4. Non è vero che i Rom rifiutino ogni tentativo di integrazione. Dove sono state effettuate politiche locali finalizzate a questo obiettivo, come a Pisa, Venezia, Napoli, i risultati si sono visti. Come ha rammentato, benissimo, ieri, Barbara Spinelli, sulla Stampa. Sceglierli come bersaglio, su cui scaricare la riprovazione e l’indignazione generale, però, è facile. Sono gli ultimi degli ultimi. Senza uno Stato o una lobby (magari criminale) a difenderli.
5. La "grande criminalità" straniera, ovviamente, esiste. E si è sviluppata profondamente, nel nostro Paese. Ma non ha radici Rom (né Sinte). È, invece, gestita da bande organizzate (in questo caso sì) "romene". Ma anche senegalesi, albanesi. Collegate ad altre bande, italiane e straniere (sudamericane). Gestiscono, soprattutto, il traffico della droga e la prostituzione. Migliaia di ragazze e di bambine, spesso romene, comprate oppure rapite a casa loro, per essere trasferite sulle nostre strade. Dove la clientela (italiana) è abbondante.
Il dibattito di questi giorni non sembra in grado, ma neppure preoccupato di spiegare, distinguere, affrontare questi fenomeni. È scosso da sussulti mediatici, avvenimenti tragici. Così, la destra indossa la maschera più dura. Per professione. La sinistra moderata risponde con lo stesso linguaggio, per paura di mostrarsi debole. È la sinistra (cosiddetta) radicale, "perplessa", grida contro il nuovo razzismo. Per riflesso condizionato. Solidarietà, rigore, legalità, tolleranza/zero. Parole brandite come armi. Da ciascuno, per difendere la sua quota di mercato elettorale. (Alla fine, come in passato, l’unico a guadagnarci sarà il centrodestra).
Ridurre una realtà così complessa al tema dell’insicurezza rischia, però, di alimentare altre preoccupazioni. Di moltiplicare i "nemici". E di imprigionare noi stessi, dentro alle nostre paure. Stranieri anche noi. Abitanti feroci di una terra feroce. Il Paese della "tolleranza zero". A parole. Nel quale, personalmente, troviamo difficile – e un po’ umiliante – vivere.
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ATTUALITA’ DELL’ANTICLERICALISMO
RATZINGER CI DÀ LA MEDICINA
da IL RIFORMISTA del 30/10/07
Sostiene Benedetto XVI che anche per i farmacisti si configurerebbe un diritto all’obiezione di coscienza. Si tratterebbe, anzi, secondo quanto il Papa ha detto ieri ai farmacisti cattolici presenti a Roma per un congresso internazionale, di «un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione, permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali come per esempio l’aborto e l’eutanasia». Partendo dal principio secondo il quale la vita deve essere protetta dal concepimento alla morte naturale, Ratzinger ha aggiunto: «Lo sviluppo attuale degli strumenti medicamentali e delle possibilità terapeutiche che ne derivano, chiedono ai farmacisti di riflettere sulle funzioni sempre più ampie che sono chiamati a svolgere in quanto intermediari tra il medico e il paziente». Quindi, i farmacisti sono chiamati a svolgere «un ruolo educativo con il paziente per un uso giusto della cura medica e soprattutto per far conoscere le implicazioni etiche sull’utilizzo di un determinato farmaco». Come, però, ha spiegato la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani – che, peraltro, si è detta d’accordo con il Papa – la legge italiana oggi non prevede l’obiezione di coscienza per i farmacisti che «pertanto non possono rifiutarsi di dispensare i farmaci richiesti dal cittadino, qualsiasi essi siano».
Dunque, i farmacisti sono obbligati a vendere i farmaci regolarmente prescritti dai medici a chi si presenti con una ricetta. Sono altresì liberi di dispensare consigli e magari anche di svolgere «un ruolo educativo con il paziente per un uso giusto della cura medica» nel caso dei cosiddetti farmaci da banco ma, anche in questo caso, non possono rifiutarsi di vendere un determinato farmaco che un cliente dovesse ostinarsi a richiedere nonostante il tentativo del farmacista di «far conoscere le implicazioni etiche sull’utilizzo di un determinato farmaco». Chiedere il contrario, trattandosi di questioni riguardanti la salute, significherebbe aprire un conflitto molto delicato e rischiare di negare un diritto, soprattutto nei piccoli centri nei quali i cittadini potrebbero essere costretti ad affannose ricerche, passando di farmacia in farmacia. Ma significherebbe anche ammettere la liceità di una interferenza nel rapporto medico-paziente, l’alleanza terapeutica, al quale proprio i cattolici in altri casi hanno dimostrato di tenere in modo particolare.
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OGM
LA SCIENZA NON È "DIVISA"
di ARMANDO MASSARENTI da IL SOLE 24 ORE, 28/10/07
Sui giornali di giovedì scorso si leggevano titoli del tipo: "Sì al mais ogm, scontro in Europa. Via libera all’import di tre nuovi tipi. Italia e Francia contrarie". Mi colpisce quest’ultimo connubio. E’ appena uscito un libro illuminante sugli ogm, promosso dall’Istituto Bruno Leoni, intitolato Il cibo di Frankenstein. La rivoluzione biotecnologica tra politica e protesta, di Gregory Conko e e Henry I. Miller (Lindau). Nell’introduzione Anna Meldolesi sottolinea la forza dei movimenti anti-ogm provenienti dalla Francia. Al confronto con gli eclatanti boicottaggi organizzati da José Bové, i miseri teli di plastica che, nel 2002, in occasione del vertice Fao, gli attivisti italiani posero sulle piantine ogm dell’Università della Tuscia a mo’ di preservativo per evitare improbabili fughe di geni, risultano a dir poco patetici. "Eppure – ci informa Anna Meldolesi – nel 2007 la Francia prevedeva di coltivare dai 30 mila ai 50 mila ettari di mais ogm, avvicinandosi alla Spagna che non si è mai fermata neppure durante gli anni della moratoria europea (1998-2004), e che al mais geneticamente modificato destina circa 60 mila ettari. In Italia, invece, non abbiamo neppure un ettaro. Perché?". Oltretutto, la "falsa dicotomia" tra ogm e prodotti tipici di qualità, funziona oltralpe come e forse più che da noi. Che cosa c’è allora di diverso?
Semplice. In Francia nessuno oserebbe fare quello che i politici di destra e di sinistra hanno fatto alla comunità scientifica italiana nell’ultimo decennio. D’accordo, si può essere anti-ogm, come è stata l’Europa, per motivi protezionistici, ma ciò non significa che bisogna umiliare la ricerca. Anzi, proprio nei periodi in cui si vietano protezionisticamente le importazioni, è saggio riguadagnare il ritardo accumulato nei confronti degli Stati Uniti proprio promuovendo la propria ricerca.
Il libro di Conko e Miller è più appassionante di un romanzo di Michael Crichton, proponendoci però un messaggio opposto al suo spaventosamente allarmistico Stato di paura. Descrive nei dettagli la lunga lotta tra le paure infondate, diffuse ad arte da attivisti verdi, burocrati e associazioni del settore agroindustriale, con la complicità di qualche sparuto scienziato, e le posizioni della scienza, che da sempre dichiara compattamente che le nuove tecniche del gene-splicing sono più sicure dei metodi di ibridazione tradizionali. Smascherando, nel contempo, un altro mito. Quello degli scienziati "divisi". Dopo aver letto questo libro sarà chiaro che la scienza – sugli ogm come su altre questioni, dalla lotta contro i tumori (ricordate il caso Di Bella?) alla ricerca sulle cellule staminali (ricordate il referendum sulla fecondazione assistita, quando solo un paio di scienziati contro tutti ebbero la sfacciataggine di difendere la legge 40?) – può apparire drammaticamente "divisa" solo in quei paesi dove la politica e l’ideologia dominano su ogni altro aspetto della vita sociale.
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MOBILITAZIONE DELL’AVVOCATURA PENALE CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA.
DELIBERA 1 NOVEMBRE.
Da www.camerepenali.it/ 1/11/07
La giunta U.C.P.I., riunita d’urgenza l’1.11.07,
Vista
la mozione sul "pacchetto sicurezza" approvata dal Congresso Straordinario dell’U.C.P.I. il 21 ottobre 2007;
Conferma
i contenuti del documento in data 31 ottobre 2007 con cui l’U.C.P.I. ha denunciato la completa inutilità e la finalità puramente elettorale del "pacchetto sicurezza";
Ribadisce
la intransigente opposizione nei confronti di politiche della giustizia penale ispirate da logiche emergenziali e ipotecate da una visione prevalentemente emotiva e simbolica dei problemi della legalità.
Rileva
l’ulteriore impennata autoritaria e demagogica del governo che ha trasformato in decreto legge le disposizioni sulle espulsioni dentro la comunità europea e soprattutto ha minacciato di trasformare in decreto legge l’intero "pacchetto sicurezza" qualora a fine anno il parlamento non si sottoponesse passivamente alla sua approvazione;
Proclama
lo stato di agitazione delle Camere Penali italiane contro una così pesante spirale autoritaria, che per di più non serve a procurare sicurezza ai cittadini, ma serve solo a creare una cortina fumogena che mascheri le incapacità di gestione del territorio e degli agglomerati sociali;
Si riserva
ulteriori iniziative.
Roma, 1 novembre 2007
Il Presidente – Oreste Dominioni Il Segretario – Renato Borzone
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MORTO MASSIMO CONSOLI
PADRE DEL MOVIMENTO GAY
LA STAMPA 4/11/07
E’ morto questa notte il giornalista e scrittore Massimo Consoli, tra i fondatori del movimento gay italiano. Consoli, che aveva 61 anni, è morto dopo lunga malattia nella sua abitazione delle Frattocchie, nel comune di Marino, ai Castelli. Era nato il 12 dicembre 1945 nel quartiere di Monteverde. Fu amico di Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Alberto Moravia, Dario Bellezza e Mario Mieli e l’antropologo Alain Danielou lo definì il "papa degli omosessuali". I più noti, tra la quarantina di libri da lui scritti, sono Homocaust, Ecce Homo e Affetti speciali. Negli ultimi anni aveva adottato il giovane Lorenzo, che lo aveva reso nonno di due nipotini.
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RADICALI ITALIANI
TORNANO SUI LORO PASSI?
Da www.venetoliberale.ilcannocchiale.it 4/11/07
Nel 1999, alle elezioni europee, i radicali, con la Lista Bonino, raccolsero il 9% dei consensi elettorali. L’anno successivo, alle elezioni regionali, quel consenso era già dilapidato. Perché è avvenuto? E’ stato il frutto di una scelta lucida ma inconcludente.
Il successo elettorale alle elezioni europee era stato conseguente alla battaglia presidenzialista (Emma for president) ed alla lotta per la raccolta di firme per la presentazione di referendum liberali e liberisti. Era lo sbocco di un processo che mirava a fornire le "partite IVA", ossia il c.d. popolo produttivo, di un soggetto politico. I radicali si presentavano quale alternativa liberale e liberista al regime partitocratrico, cui i partiti perbene avevano dato corpo. L’immagine di alternativa era offuscata, però, da pericolosi ondeggiamenti che li facevano apparire ben disposti ad appoggiare ora il centrodestra ed ora il centrosinistra. Sceglievano, inoltre, di candidarsi in tutte le regioni senza avere l’accortezza di individuare solo alcune, ove vi erano le condizioni più opportune e dove avrebbero potuto offrire candidature popolari. Commettevano, per di più, l’errore di non tentare l’abbinata con i referendum che li avrebbe maggiormente caratterizzati come forza liberale e liberista e, forse, sarebbe stata utile per il raggiungimento del quorum.
Dopo di allora il declino li ha costretti a cavalcare la strategia dell’ospitalità che ha visto il proprio culmine nella partecipazione alla sfortunata avventura della Rosa nel Pugno (Liberali, Socialisti, Radicali e Laici, considerati quali sinonimi) che li ha fatti partecipare addirittura al governo di regime, di cui erano tradizionalmente avversari.
La loro natura corsara era snaturata dall’irresponsabile proclamazione di essere i "giapponesi di Prodi", con conseguente obbligo di fedeltà per lealtà istituzionale. Solo la caduta del governo Prodi potrà restituire loro libertà d’azione.
Si è concluso, domenica 4 novembre, a Padova il VI congresso di Radicali Italiani. Non poteva concludersi diversamente. I radicali, per lealtà istituzionale, non possono far venir meno il sostegno al governo Prodi, pur riconoscendo la loro limitata influenza nelle scelte governative. La stessa Emma Bonino, ministro del governo di centrosinistra, ha confessato che ‘il nostro compito come Radicali è difficile. Ma noi siamo abituati alle cose difficili. Siamo abituati a non farci scoraggiare, ad affrontare le sfide. Perché ci ricordiamo sempre di quello che diceva Churchill, che "le difficoltà superate sono opportunità conquistate". Oggi dobbiamo fare esattamente questo: superare le difficoltà per farne delle nuove opportunità per il paese.’
Il congresso, perciò, ha prodotto un corposo documento (addirittura una mozione con ben nove allegati) che da un lato ripropone il leale sostegno al governo Prodi, con il corollario di difesa della legislatura per evitare le elezioni anticipate, dall’altro lato vi è un progetto valido anche per il dopo Prodi. "Abolire la miseria" è il motto che riassume il progetto liberista proposto oggi al governo Prodi ma domani a qualsiasi governo che voglia qualificarsi riformatore.
Si legge nella mozione conclusiva: ‘ribadisce la necessità e l’urgenza di porre al centro della propria iniziativa politica il fronte delle riforme economico-sociali, liberali, liberiste e individua come proprie grandi priorità di politica economica, da perseguire con forza nell’ambito di un disegno riformatore compatibile con l’irrinunciabile esigenza di un progressivo rientro del debito pubblico, la riforma del sistema di welfare, la riduzione del carico fiscale e della spesa pubblica, da realizzare anzitutto con un progressivo innalzamento dell’età pensionabile, una estesa e accentuata applicazione del principio di libera concorrenza.’
Sembra che siano tornati sui loro passi. La scelta liberista sembra il segnale di un ritorno ai temi che li avevano visti nel 1999, proporsi quale punta di diamante per il popolo produttivo. Non è priva di significato la presenza di Massimo Carraro, imprenditore veneto che potrebbe diventare, assieme a Mario Carraro ex leader degli industriali veneti, l’animatore di un sindacato collegato ai radicali per la costituzione di un soggetto politico da affiancarsi al Partito Democratico di Veltroni o che ne potrebbe diventare l’alternativa, collegato, perché no, al Partito Liberale Europeo.
In occasione del congresso alcuni aderenti alla costituente socialista hanno aderito ai Radicali italiani, altrettanti radicali hanno aderito alla costituente socialista. Il loro scopo è quello di ribadire la validità attuale e futura delle ragioni politiche della Rosa nel Pugno, sintetizzate nei 31 "punti di Fiuggi". Sembra che una decina di loro sia stata eletta all’interno del Consiglio Nazionale. E che ruolo svolgeranno?
Leader incontrastato resta Marco Pannella, mentre restano confermate Rita Bernardini, come segretaria, Elisabetta Zamparutti, come tesoriera, Maria Antonietta Farina Coscioni, quale presidente. La conferma di Rita Bernardini è l’unico segno che resta della presenza di Daniele Capezzone. L’attuale segretaria era la tesoriera al tempo della sua segreteria.
Sabato sono stato a Padova, al congresso, a salutare gli amici. Ho annusato l’aria per sentire se un po’ di odore sulfureo sia rimasto nonostante la frequentazione con il governo dossettian-comunista di Prodi. Mi sembra, anche da quanto più su riportato, che un buon odore sulfureo di eretici rimane.
Beppi Lamedica – attivista liberale
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VENETO LIBERALE
MOZIONE DELLA DIREZIONE
Da www.venetoliberale.ilcannocchiale.it 31/10/07
La direzione di Veneto liberale, riunitasi a Castelfranco Veneto oggi 31 ottobre 2007
constatato che l’area liberale laica è in movimento: a) l’avvio di un progetto per una lista alle prossime elezioni europee di (ex)PRI con (ex)PLI, con simpatizzanti di Capezzone e Benedetto della Vedova, progetto inquadrabile nel tradizionale disegno di Diaconale per organizzare una componente liberale all’interno della coalizione berlusconiana; b) la costituzione dei "Liberal-democratici", da collegarsi con l’internazionale liberale e con i liberali europei, conseguente alla rinuncia dell’ex Presidente del Consiglio Dini a partecipare al progetto del Partito Democratico; c) la nascita dell’Unione democratica per iniziativa dei senatori Bordon e Manzione; d) il lancio di "rifondazione socialista", con riferimento nel PSE, al fine di mettersi in concorrenza con il Partito Democratico di Veltroni e) le scelte moderate dei Radicali Italiani in sostegno al governo Prodi;
constatato che parte dell’establishment (leader della Confindustria e governatore della Banca d’Italia, Tv di regime, tramite le trasmissioni di Santoro e della Gabanelli, quotidiani prestigiosi come il Corriere della sera e Il Sole 24 Ore o riviste come L’Espresso, professori universitari come Giavazzi, Alesina, Ichino e Panebianco, giornalisti come Stella, Rizzo ed Ostellino) sembra voler svolgere un ruolo antagonista non tanto nei confronti del governo in carica ma nei confronti del regime (in altri tempi si sarebbe detto del "sistema");
constatato che il potere giudiziario, che ha avuto responsabilità nella crisi del 1992, è in difficoltà perché oggi il potere politico sottoposto ad indagini ha la forza di delegittimare gli inquirenti quando nel 1992 accadeva l’opposto;
constatato che la magistratura è dilaniata da gravi lotte intestine rappresentate oggi dalla denigrazione nei confronti dei magistrati che tentano di usare i mass media quando in passato i mass media erano legittimamente usati per propagandare ed attuare una politica giustizialista;
constatato la grave crisi di governabilità conseguente all’immobilismo antipolitico coinvolgente tutti gli schieramenti politici i quali vorrebbero dare una immagine di efficienza facendo però ricorso a finti referendum, a finte primarie, a finte costituenti di partiti;
non si può non avere la sensazione di essere di fronte a segni premonitori della caduta del regime, piuttosto che di fronte ad una fisiologica crisi di governo.
Ritenuto che i conservatori sostengono le elezioni anticipate perché è il mezzo per tentare di impedire la caduta del regime in quanto la prevedibile vittoria schiacciante della coalizione di centrodestra darebbe una immagine di governabilità e di uscita dalla crisi della politica (con questo eufemismo alcuni battezzano l’attuale congiuntura) e nel contempo salverebbe tribù e cespugli, che hanno infestato lo scenario politico, con l’impedire lo svolgimento dei referendum elettorali.
Si denuncia la non indispensabilità dello scioglimento delle Camere, in caso di crisi di Governo, in quanto questo Parlamento dovrebbe sostenere un governo per permettere il varo almeno di una nuova legge elettorale che possa agevolare la costituzione di governi, di maggioranze ed opposizioni efficienti. In caso contrario questo Parlamento ha il dovere di dar vita ad un governo per garantire il regolare svolgimento dei referendum elettorali. Pericolosi conflitti potrebbero scaturire, infatti, se non si realizzano le premesse per il rinnovamento della Repubblica.
Si ribadisce l’adesione al Manifesto del 4 luglio 2006 (in cui si premette la necessità di riunire i liberali e di affermarne la distinzione dai socialisti, dai conservatori e dai clericali) avendolo ritenuto coerente il proprio progetto per la costituzione di un grande soggetto politico "di" liberali (con moderati e radicali, con riformisti e riformatori), perciò si ritiene non superato il percorso indicato. Il Coordinamento dei liberali italiani – per una politica liberale si trasformerà in Costituente dei liberali italiani quando il coordinamento costituirà una rappresentanza estesa di liberali. Solo quando si raggiungerà questa dimensione verrà indetta una grande assemblea costituente degli Stati Generali del liberalismo, e quindi solo in quella occasione si deciderà se diventare "partito" e che nome acquisire.
La consapevolezza di far parte di una comunità sopranazionale, oggi rappresentata dall’Unione Europea, ci convince sempre più della centralità dell’obiettivo della europeizzazione dei cittadini che ci siamo assunti anche all’ultimo congresso. Però il perseguimento di tale obiettivo, che poteva essere veicolato dal progetto del MFE "Campagna per un milione di firme per un referendum europeo sulla costituzione dell’Unione Europea da tenersi contemporaneamente alle elezioni europee del 2009", incontra nuove difficoltà a causa dell’eliminazione di quelle norme su cui la campagna si fondava.
Peraltro si sottolinea che, in base al nuovo Trattato, un milione di cittadini europei possono "invitare" la Commissione europea a proporre iniziative legislative riguardante i diritti dei cittadini avente ad oggetto liberta’, eguaglianza, diritti sociali ed economici, di qui uno spiraglio per l’obiettivo dell’europeizzazione dei cittadini con raccolte di firme per le strade.
Nel contempo, nel panorama europeo si conferma l’individuazione nell’ELDR, ossia nel Partito Liberale Europeo, un soggetto cui fare riferimento vista anche l’approvazione, nell’ultimo congresso, di alcune risoluzioni libertarie come quelle 1) a favore dell’introduzione dell’eutanasia in Europa sul modello dell’Olanda, del Belgio e della Svizzera, 2) sulla ricerca scientifica, in cui si chiede di "autorizzare, attraverso limiti e regole certe la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche con la tecnica del trasferimento nucleare", di "liberare la fecondazione assistita e la diagnosi pre-impianto", e quelle 3) sulla libertà terapeutica in cui si auspica il via libera all’utilizzo di RU486 e di Cannabis terapeutica.
Tutto ciò premesso viene convocato per il giorno 8 dicembre 2007 il X congresso di Veneto liberale sul tema "Per il Partito della Riforma con il Partito Liberale Europeo"
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LETTURE
GIUSEPPE BEDESCHI "TOCQUEVILLE" Laterza Roma-Bari, 1996
LA FEDE NELLA LIBERTA’
Stavolta segnalo un libro attualmente non disponibile in libreria. Però, un ottimo compendio, è trasfuso in due capitoli della "Storia del pensiero liberale", edito da Laterza e ripubblicato nel 2005.
Perché lo segnalo? Perché nel suo studio Bedeschi sottolinea le differenze tra il liberalismo di Constant e quello del pensatore normanno. Ossia ancora una volta si sottolinea la ricchezza del pensiero liberale, difficilmente riducibile ad una ortodossia di cui sarebbero depositari i "veri liberali". In fondo la differenza tra i due liberalismi è la differenza tra un liberalismo "atomistico" ed uno "molecolare". In questo momento non ricordo chi abbia dato queste definizioni ma mi sembrano che descrivano bene gli interessi del Constant rispetto al Tocqueville. La necessità dell’associazionismo e del decentramento amministrativo, quale rimedio al pericolo del centralismo politico conseguente al dispotismo della maggioranza, è una riflessione presente in Tocqueville e del tutto assente in Constant.
Lo stesso Matteucci aveva sottolineato questa differenza sostanziale. Bedeschi nel suo studio fa riferimento non solo a questo grande studioso del pensiero liberale ma anche ad Aron e a De Capraris.
Scrive Bedeschi : "Tocqueville non fu solo un grande sociologo e un grande teorico della società e della politica; fu anche un profeta, nel significato però positivo e realistico, e non negativo e irrealistico, di questa parola". Raymond Aron, confrontando le concezioni sociologiche di Tocqueville con quelle di Comte e di Marx, considera la visione tocquevillana ("visione pacificata di una società in cui ognuno possiede qualcosa e in cui tutti, o quasi, sono interessati alla conservazione dell’ordine sociale") assomigliante alle società europee occidentale degli anni sessanta del secolo XX. E dire che Tocqueville scrisse il suo capolavoro "La democrazia in america" negli anni ’40 del secolo precedente! (bl)
INDICE: Parte prima: I. Una scelta dolorosa ma necessaria – II. Origine e caratteri della democrazia americana; III. Difetti e pericoli della democrazia americana: la tirannia della maggioranza e i suoi antidoti; IV. Liberalismo e democrazia; V. Dall’America alla Francia; VI. Spirito democratico e spirito rivoluzionario. Parte seconda: I. Il secondo libro della Democrazia in America; II. L’influsso della democrazia sulla vita intellettuale negli Stati Uniti; III. Il conformismo della società democratica di massa; IV. Una nuova forma di dispotismo e i possibili rimedi; V. La democrazia genera una nuova aristocrazia; VI. Dalla prima alla seconda Democrazia. Nota bio-bibliografica; Antologia di testi; La democrazia in America

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Anno VIII ? n. 22bis ? 3 novembre 2007

10 Novembre 2007 Nessun commento

"[...] Nessun uomo o gruppo di uomini debba avere il potere (perché non ne ha la capacità) di decidere quale dovrebbe essere lo status personale di altri uomini: e questa è una condizione essenziale, che non può essere sacrificata neppure all’appagamento del nostro desiderio di giustizia (egualitaria) o della nostra invidia per coloro che stanno meglio di noi.[...]"
(Bruno Leoni "I due individualismi" da "Il Mondo", 18 Marzo 1950 ripubblicato da "Fondazione Liberal" n. 9/2002)


10 novembre 2007 – ore 10:00

Facoltà di Economia Giorgio Fuà di Ancona (ex Caserma Villarey)

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Anno VIII ? n. 22 ? 27 ottobre 2007

28 Ottobre 2007 Nessun commento

"[...]La nostra esperienza del passato non può provare nulla per il futuro, se non in base alla supposizione che ci sia una somiglianza fra passato e futuro[...] noi siamo determinati a supporre che il futuro sia conforme al passato[...] Non è dunque la ragione la guida della vita, ma l’abitudine. [...] Essa soltanto muove la mente, in tutti i casi, a supporre il futuro conforme al passato.[...]"

(DAVID HUME "ESTRATTO DEL TRATTATO SULLA NATURA UMANA" Laterza Roma – Bari 1968)

"E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse"
Norberto Bobbio, Il Futuro della Democrazia
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APPUNTAMENTI
MONTEGROTTO TERME (PD) 28/10/07 h. 9,30 Palazzo dei Congressi – Via Scavi, 14 III Congresso di Studi Laici sul Cristianesimo "Principi laici e fede religiosa Laicismo e religioni possono convivere?" Organizzazione del Congresso Circolo culturale Pier Luigi Ighina, www.ighina.it, info@ighina.it Circolo culturale Bertrand Russell di Treviso, Associazione Salute e Ambiente di Padova Con il patrocinio del Comune di Montegrotto Terme (PD). Per informazioni: Lodovico Mazzero (Presidente) www.circolorussell.it, cslc@circolorussell.it
CASTELFRANCO VENETO (Tv) 31/10/07 h. 20,45 Via Ortigara 6 riunione della Direzione di Veneto liberale per discutere il seguente Ordine del Giorno: 1) Pausa di riflessione di Veneto liberale ed alcune iniziative nell’area liberale (dal Coordinamento dei liberali italiani al congresso radicale di Padova) 2) Referendum e crisi del regime 3) Europeizzazione dei cittadini 4) Verso il X congresso di Veneto liberale 5)Varie ed eventuali
Come è tradizione la partecipazione è consentita a chiunque fosse interessato ai predetti punti all’OdG.
PADOVA 1-4/11 Padova Fiere VI Congresso nazionale di Radicali Italiani
FIUGGI 9-11/11 Hotel Bristol Via Rettifilo 21 "Verso la costituzione di un soggetto unico dei liberali" – Seminario Nazionale PLI – Interverranno Stefano De Luca, Daniele Capezzone e Francesco Nucara.
ANCONA 10/11/07 h.: 10,00 Facoltà di Economia e Commercio "Bruno Leoni. Ancona, sua città natale ricorda un grande pensatore liberale del ‘900." Relatori: Didi Leoni, Carlo Lattieri e Serena Sileoni. Organizzazione Circolo Culturale "Benedetto Croce" di Ancona
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EUROPEIZZARE I CITTADINI
Nel fine settimana scorso è stato approvato a Lisbona il nuovo trattato dell’UE che non contiene alcuna Costituzione. Gli osservatori ammettono che il Trattato non e’ un testo agile e di facile comprensione ma d’altra parte non lo sarebbe stato neppure l’ultimo progetto di Costituzione sonoramente bocciato due anni fa da francesi e olandesi.
Poteri, obiettivi e regole di funzionamento e decisione dell’Unione europea sono scritti in 250 pagine che completano ed emendano i trattati precedenti (il Trattato di Roma del 1957, i trattati di Maastricht del 1992, di Amsterdam del 1996 e di Nizza del 2000).
Il nuovo Trattato dovrebbe essere ratificato dagli Stati membri dell’UE entro le prossime consultazioni europee.
L’europeizzazione dei cittadini, che poteva essere veicolata dal progetto del MFE "Campagna per un milione di firme per un referendum europeo sulla costituzione dell’Unione Europea da tenersi contemporaneamente alle elezioni europee del 2009", incontra nuove difficoltà per l’eliminazione di quelle norme su cui la campagna si fondava. Però, in base al nuovo Trattato, un milione di cittadini europei possono "invitare" la Commissione europea a proporre una iniziativa legislativa riguardante i diritti dei cittadini avente ad oggetto liberta’, eguaglianza, diritti sociali ed economici. Potrà essere questo lo spiraglio per la campagna di europeizzzazione dei cittadini? E se si puntasse su soggetti politici europei alternativi all’immobilismo di "grandi coalizioni" in occasione delle prossime consultazioni elettorali? Riteniamo l’europeizzazione dei cittadini un contrappeso sia al direttorio, composto dalla Germania, dalla Francia e dall’Inghilterra, che alle vocazioni per "grandi coalizioni" che si stanno delineando e che potrebbero ulteriormente ostacolare il progetto dell’Europa Federale. (bl)
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AUNG SAN SUU KYI
"AIUTATE LA BIRMANIA"
VINCENZO NIGRO da LA REPUBBLICA del 25/10/07
La leader democratica birmana Aung San Suu Ki ha fatto avere un appello all’Italia: «Non cancellate i giorni della solidarietà col popolo birmano, abbiamo bisogno di voi e dell’Europa nel lungo periodo, perché il mondo non si dimentichi della Birmania». Il messaggio è stato trasmesso ad Ugo Papi, consigliere del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dai leader della protesta contro i golpisti birmani. Papi in questi giorni è in Birmania, e ieri ha provato ad incontrare di persona Aung San dopo aver visto a Rangoon i capi della National Democratic League. Aung San, 62 anni, ha vissuto 12 degli ultimi 18 anni della sua vita agli arresti domiciliari, in una casa circondata dall’esercito birmano: ieri un poliziotto di guardia ha lasciato che Papi superasse il primo sbarramento di fronte alla casa di Aung San, ma poi altri soldati il mitra spianato – hanno bloccato l’italiano, lo hanno interrogato e rispedito indietro.
Alla Farnesina Papi fa parte del gruppo di consiglieri esterni coordinati da Marta Dassù e chiamati da D’Alema a lavorare con i diplomatici del ministero: fu lui ad organizzare il viaggio di Walter Veltroni in Birmania, quando il sindaco di Roma era segretario dei Ds. La sua missione "esplorativa" è stata decisa da D’Alema, che parallelamente ha spedito il sottosegretario con la delega per l’Asia, GianniVernetti, in Thailandia e a Singapore.
Vernetti ha avviato un dialogo politico che ha un obiettivo preciso: «Vorremmo costruire una sorta di gruppo di contatto politico che si occupi permanentemente della situazione in Birmania: ha ragione la signora Aung San, non ci si può occupare di quel paese solo sull’onda dell’emozione per i monaci bastonati e imprigionati, bisogna fare pressioni sulla giunta militare nella maniera giusta». Vernetti ha incontrato il ministro degli Esteri di Singapore, presidente di turno dell’Asean: l’Italia chiede che la Uè e l’Asean guidino un "gruppo di contatto" sulla Birmania in cui la Ue si affianchi all’Asean con Stati Uniti, Giappone, ma anche Cina e India che sono i principali partner economici della Birmania. Sia Vernetti che Papi concordano sul fatto che le sanzioni economiche contro la giunta militare non bastano: «L’Europa non ha una vera possibilità di pressioni economiche, il lavoro deve essere politico, su tutti i paesi dell’area, per convincere i generali a liberare i detenuti politici e riavviare il dialogo sulla democrazia».
Da Rangoon ieri Papi raccontava i suoi incontri coni dirigenti della protesta, «molti sono ancora in clandestinità, come alcuni dei responsabili della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San: tutti chi chiedono di fare di più a livello politico, tutti hanno apprezzato molto le missioni dell’inviato dell’Orni Ibrahim Gambari e adesso si aspettano passi concreti dall’Europa». Tutti dicono che se il mondo non aiuterà la Birmania, loro assieme ai monaci sono pronti a ritornare nelle strade, a sfidare i fucili dei militari.
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KHODORKOVSKY
NUOVI CAVILLI GIUDIZIARI PER TENERLO DENTRO
FABRIZIO DRAGOSEI dal CORRIERE DELLA SERA del 26/10/07
Mikhail Khodorkovsky, l’ ex proprietario della più grande compagnia petrolifera del paese, ha scontato metà della pena alla quale era stato condannato dopo che si era messo contro il presidente Vladimir Putin. E come tutti i carcerati potrà chiedere la libertà vigilata, un beneficio normalmente sempre concesso a chi ha tenuto buona condotta. «Ma a lui non la daranno mai, perché la Russia oggi non è un paese come gli altri e Khodorkovsky non è un condannato come gli altri», spiega polemico Robert Amsterdam, l’ avvocato internazionale che ha seguito tutto l’ Affaire. Sulla scheda dell’ ex capo della Yukos non c’ è alcun provvedimento punitivo (quattro episodi pretestuosi sono stati annullati in seguito a ricorsi), ma i difensori del magnate sono sicuri che le autorità non cederanno mai. Intanto contro di lui e il suo socio Platon Lebedev è stato avviato un nuovo processo che quasi certamente si aprirà solo dopo le elezioni presidenziali di marzo, quando le acque saranno più tranquille. Poi, nei giorni scorsi, sono scattate nuove «punizioni», forse ancora più surreali di quelle già annullate in passato. Nel carcere di Cità, al confine con la Cina a 6500 km da Mosca dove si trova ora Khodorkovsky, sembra che viga questa disposizione durante l’ ora d’ aria: i carcerati possono tenere il cappotto sbottonato mentre passeggiano in cortile ma lo devono riabbottonare quando rientrano. Contemporaneamente, nel rientrare, devono tenere le mani dietro la schiena. L’ undici ottobre il magnate è stato prima sanzionato perché non aveva le mani dietro la schiena e poi, dopo la sua spiegazione (mi stavo riabbottonando), perché era sbottonato. Se i provvedimenti fossero confermati, farebbero chiaramente saltare all’ ultimo minuto la buona condotta e quindi la concessione dei benefici previsti dalla legge. Negli altri quattro casi, come abbiamo detto, le punizioni sono state annullate. La prima scattò per «abbandono del posto di lavoro», ma poi si chiarì che Khodorkovsky aveva lasciato il suo macchinario che si era rotto per andare a chiamare il meccanico. Seconda punizione per aver tenuto sotto il cuscino documenti proibiti. In realtà si trattava di disposizioni del ministero della Giustizia sui diritti dei carcerati. Quindi altro procedimento per aver bevuto una tazza di tè nella stanza comune dei carcerati, anche se era stato autorizzato a farlo. Infine la direzione era intervenuta perché gli avevano trovato due limoni che lui non poteva ricevere dall’ esterno. Ma si dimostrò che era stato un altro carcerato a regalarglieli.
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LEGGE ELETTORALE
IL MIO NO A RUTELLI
GIOVANNI GUZZETTA dal CORRIERE DELLA SERA del 23/10/07
Caro direttore,
Francesco Rutelli mi cita, unico del centrosinistra, per accusarmi di una eccessiva fretta nella promozione del referendum per l’abrogazione del porcellum. Troppo onore! Omettiamo pure Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che hanno promosso il referendum senza altro riferimento politico che la loro passione per la Repubblica.
Ma molti e non meno qualificati sono gli esponenti dell’Unione, tra i quali Realacci, Melandri, Santagata, Letta e Bindi, che hanno condiviso la nostra iniziativa, sia pur con motivazioni talvolta contrastanti, e tra essi innanzitutto le centinaia di migliaia di cittadini dell’Unione che hanno sottoscritto il referendum. Se non ho capito male, la mia colpa sarebbe quella di aver preso sul serio l’impegno assunto davanti agli elettori per una immediata abrogazione della legge che ci aveva eletti, e di aver dato seguito all’unanime indicazione dei partiti che a febbraio indicarono al Presidente Napolitano come priorità assoluta la riforma della legge elettorale. Troppo onore! Rutelli sembra dare a intendere che la differenza tra noi fosse e sia solo sul quando della abrogazione, che lui avrebbe preferito rinviare.
La ricostruzione delle alternative in campo mostra senza alcuna incertezza come il nostro dissenso sia invece soprattutto sul come cambiare il porcellum. Perché non riconosce Rutelli senza infingimenti che le sue preferenze vanno alla reintroduzione del proporzionale secondo il sistema che giustamente Panebianco chiama oggi pseudotedesco? Perché non riconosce che questa preferenza è parte di una concezione del sistema politico aperto ad alleanze di nuovo conio radicalmente diverso dal mio? Perché non riconosce pure che la sua stessa idea di Pd nasce per fuoriuscire dalla stagione dell’Ulivo che era stato pensato come anticipazione di una formazione che organizzasse stabilmente all’interno di uno schema bipolare tutto il centrosinistra? Perché non riconosce che sostituendo in questo modo l’Ulivo, il suo Pd è un partito pensato come la destra della sinistra pronto a trattare con la sinistra della destra all’interno di un centro così stabilmente ricostituito?
È per questo che ora che, seppure attraverso un metodo discutibile, a Veltroni è stata riconosciuta la leadership del Pd ed è finalmente possibile passare dal chi al che cosa ritorno perciò a dire che è giunto il momento della scelta. Anche chi volesse fermarsi ai soli giornali di oggi non riesce infatti proprio a capire come nella stessa maggioranza veltroniana possano stare i «moderati coraggiosi» come Rutelli che chiede ancora una volta a suo modo il ritorno al centrismo e gli «estremisti assennati» come Moni Ovadia che sfila con la cosiddetta sinistra radicale, o meglio come possano stare assieme senza una chiara linea politica che li tiene assieme. Pensa Veltroni come oggi Polito che il suo 75% sia sufficientemente compatto per contrastare le ragioni del 14% dei «Democratici davvero» e dire in tedesco la sua scelta di ritorno al proporzionale? Io non lo credo. So tuttavia che il 100% già gli chiede o prima o poi gli chiederà di scegliere. Lui sa che se scegliesse in direzione opposta a quella svolta oggi nitidamente e direi senza ironia coraggiosamente da Rutelli, noi saremmo con lui.
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ALLEANZE TRASVERSALI E LEGGE ELETTORALE
VELTRONI E FINI LA STRANA COPPIA
ANGELO PANEBIANCO dal CORRIERE DELLA SERA del 22/10/07
Sta forse per formarsi un’altra delle «strane coppie» che la politica italiana di tanto in tanto conosce. Nei prossimi mesi, probabilmente, assisteremo a continui giochi di sponda e convergenze fra il neosegretario del Pd Walter Veltroni e il leader di An Gianfranco Fini. Il punto di incontro sarà la legge elettorale. Veltroni e Fini hanno un interesse in comune. Entrambi necessitano di una buona riforma elettorale che premi le grandi aggregazioni (i grandi partiti), e dovranno faticare per imporla ai rispettivi partner. In mancanza di ciò, a tutti e due conviene il referendum e il sistema elettorale che ne scaturirebbe. Sia Fini che Veltroni avrebbero tutto da perdere se passasse la riforma che, al momento, incontra i favori di tanti (Udc, Udeur, Rifondazione e molti altri): la proporzionale con lo sbarramento del cinque per cento, il sistema pseudo-tedesco. E’ lecito chiamarlo pseudo-tedesco perché, a differenza di quanto accade in Germania, lo sbarramento del cinque per cento non garantirebbe la fine della frammentazione partitica. I nostri regolamenti parlamentari, infatti, rendono facili le manovre di aggiramento: una piccola formazione può entrare in un cartello elettorale e, superata la soglia, dare vita a un gruppo parlamentare autonomo. In più, lo pseudo-tedesco avrebbe l’effetto di disincentivare le grandi aggregazioni. Né Fini né Veltroni possono permetterselo.
Nel caso di Fini la ragione è semplice: egli ha da tempo compreso che An, da sola, non può più condurlo da nessuna parte. Ha una vitale necessità di fondere An con Forza Italia, di dare vita a un grande partito del centrodestra nel quale partecipare, a tempo debito, alla gara per la successione a Berlusconi. Lo pseudo-tedesco non serve allo scopo. Come la maggior parte dei sistemi proporzionali esso disincentiva, anziché favorire, le grandi aggregazioni.
Ma anche Veltroni ha interesse ad impedire il passaggio dello pseudo-tedesco. Veltroni deve oggi lavorare al consolidamento di un partito nato dalla aggregazione fra Ds e Margherita. Ha bisogno di un sistema elettorale adeguato. Con lo pseudo-tedesco il consolidamento del Partito democratico sarebbe a rischio. In primo luogo, la giusta ambizione di dare vita a un partito a vocazione maggioritaria (in grado cioè di vincere le elezioni e governare da solo) verrebbe frustrata. Non si potrebbe mai uscire dal gioco delle coalizioni fra partiti.
In secondo luogo, lo pseudo-tedesco favorirebbe la nascita di una aggregazione centrista (l’attuale Udc più altri gruppi), con pochi voti ma con una rendita di posizione, in grado di diventare perno di qualunque combinazione di governo. Se una simile aggregazione centrista si formasse, la pressione sul neonato Pd diventerebbe fortissima. L’aggregazione centrista, alla lunga, eserciterebbe un effetto-calamita su settori del Pd (su una parte almeno degli ex popolari).
Veltroni e Fini hanno un diverso (e comune) interesse. A favore di una riforma elettorale che premi le grandi aggregazioni. Senza entrare in dettagli tecnici notiamo che esistono vari sistemi elettorali, non solo maggioritari, che possono favorire quel risultato: uno di essi è il sistema spagnolo (proporzionale ma con piccoli collegi) di cui Veltroni ha già cominciato a parlare. Quel sistema avrebbe anche il vantaggio di non dispiacere alla Lega: perché favorisce i grandi partiti nazionali ma anche i piccoli partiti a forte concentrazione regionale.
Poiché l’affermazione di partiti a vocazione maggioritaria ha numerosi e agguerriti nemici in Parlamento, coloro che la vogliono non potranno far altro, nei prossimi mesi, che lavorare spalla a spalla.
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CONGRESSO DEI LIBERALI EUROPEI
LE PROPOSTE LIBERTARIE DEI RADICALI ITALIANI
Da www.aduc.it 23/10/07
Il congresso del Partito dei Liberali e Democratici europei, conclusosi a Berlino, ha accolto la risoluzione presentata dai Radicali Italiani a favore dell’introduzione dell’eutanasia in Europa sul modello dell’Olanda, del Belgio e della Svizzera. Lo riferisce un comunicato dell’eurodeputato Radicale Marco Cappato.
Il documento in questione, spiega la nota, invita a "consentire autonomia e responsabilità individuali nelle scelte di fine vita, combattendo il fenomeno dell’eutanasia clandestina attraverso il rispetto di una libera e inequivocabile scelta individuale e attraverso il riconoscimento delle direttive anticipate di cura e forme di regolazione dell’eutanasia sul modello olandese, belga e svizzero o a partire dagli orientamenti che il Parlamento britannico sta adottando".
Inoltre i liberali europei hanno accolto le proposte dei Radicali italiani sulla ricerca scientifica, in cui si chiede di di "autorizzare, attraverso limiti e regole certe la ricerca sulle cellule staminali embrionali, anche con la tecnica del trasferimento nucleare", di "liberare la fecondazione assistita e la diagnosi pre-impianto", e quelle sulla libertà terapeutica in cui si auspica il via libera all’utilizzo di RU486 e di Cannabis terapeutica.
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CRISI DEL REGIME
LA GUERRA TRA I MAGISTRATI
CARLO VULPIO CORRIERE DELLA SERA 21/10/07
Non è abbattuto. Non è prostrato. Ma «questa pugnalata alle spalle» Luigi de Magistris, professione pm, non se l’ aspettava. Il «pugnalatore» si chiama Dolcino Favi, un avvocato generale dello Stato che da gennaio 2007 fa il procuratore generale reggente a Catanzaro. Favi ha avocato a sé l’ inchiesta Why not, quella in cui sono indagati il presidente del Consiglio, Romano Prodi (abuso d’ ufficio), il ministro della Giustizia Clemente Mastella (abuso d’ ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’ Unione europea e allo Stato italiano) e una schiera di politici, affaristi, militari, magistrati, massoni. Allora, dottor de Magistris, c’ è una strategia in ciò che sta accadendo? «È evidente. C’ è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’ Italia. Si chiama strategia della tensione». Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’ avocazione di un’ altra mia indagine e la fuga di notizie sull’ iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata». Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale». L’ ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’ inchiesta Toghe lucane. Finora non c’ è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro». Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia». Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini». Cosa si rischia? «Dopo un’ avocazione di un’ inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo». Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’ è il terreno di coltura dell’ ideologismo fanatico degli anni ‘ 70 e c’ è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’ è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima». Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario? «La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ ho appreso dall’ Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’ articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr)». Da quand’ è che si trova sotto tiro? «Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"». La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’ attività esterna. La domanda da fare è un’ altra. La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’ iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete?». E che cosa si risponde? «Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?». In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’ auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro. E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’ attività di contrasto nei miei confronti all’ interno dell’ ufficio giudiziario». Allora è vero che quella di Catanzaro è un’ altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’ è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti». Cosa pensa della telefonata dell’ altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’ accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto» con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio». Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm? «Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’ autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria».
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IL 41 BIS
TORTURA LEGITTIMA, PURCHE’ LEGALIZZATA?
Dal CORRIERE DELLA SERA 19/10/07
Caro Romano, è curioso: un giudice di Los Angeles nega l’estradizione di un mafioso americano in Italia perché il 41 bis, previsto dal nostro ordinamento per i tipi alla Riina, equivarrebbe a una forma di tortura e viola la convenzione Onu in materia. Davvero strano: impegnati da tempo a criticare Guantanamo ci si è forse dimenticati di averne un’analoga forma a casa nostra? Chi ha ragione?
Francesco Valsecchi
Risposta di Sergio Romano
I detenuti a cui viene applicato l’art. 41 bis sono stati giudicati e condannati. I detenuti di Guantanamo non sono stati processati e molti di essi sono in gabbia (a giudicare dalle fotografie questa è la parola giusta) dall’ottobre del 2003.
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UNIONE CAMERE PENALI ITALIANE
IL CONGRESSO STRAORDINARIO DI TREVISO
da ADNKRONOS 20/10/07
Approvate praticamente all’unanimità, nell’ultima giornata del congresso straordinario dell’Unione delle Camere Penali Italiane, incorso a Treviso, tutte le mozioni. Tra le più significative, quella sul "problema magistratura", con la quale i penalisti denunciano "l’emergenza istituzionale" che il ruolo sovradimensionato delle toghe ha ormai determinato. In particolare, i delegati delle Camere Penali ribadiscono la necessità della separazione delle carriere e del ridimensionamento del potere delle correnti della magistratura associata in seno al Csm e dei magistrati fuori ruolo "nelle istituzioni, nell’esecutivo, nel Parlamento?. Approvata anche la mozione che condanna energicamente il cosiddetto "pacchetto sicurezza" annunciato dall’esecutivo, definito "un attentato alla certezza del diritto" e "inutile per il fine che si propone, e fa regredire il sistema processuale immettendovi concezioni di natura autoritaria indegne di una democrazia liberal-democratica". Approvate all’unanimità anche le mozioni sulle bozze di riforma del codice penale e di procedura penale. Nel primo caso, il giudizio è sostanzialmente favorevole, soprattutto per ciò che riguarda l’abolizione dell’ergastolo. Totalmente negativo, invece, il giudizio sulla bozza Riccio per la riforma della procedura penale, alla quale i penalisti annunciano durissima opposizione. Grande soddisfazione viene poi espressa dai penalisti per l’annunciato stralcio dell’ordinamento forense dalla legge quadro sulle professioni intellettuali e per l’inizio, in commissione al Senato, dell’iter del ddl sull’ordinamento delle professioni forensi. Soddisfazione che però non determinerà un abbassamento della guardia delle Camere Penali, rispetto alle regole sulla qualificazione dell’avvocato. Approvata all’unanimità dai penalisti a congresso a Treviso, prima della chiusura dell’assise tenutasi a Treviso, una mozione nella quale si allude alla vicenda Mastella-De Magistris. "La deriva mediatica e populista della giustizia e la ricerca di legittimazione a furor di popolo dei protagonisti della contesa – si legge nel documento approvato – mettono a rischio l’essenza stessa dello stato di diritto. L’Ucpi sottolinea anche in questa occasione la necessità che le istituzioni non diventino un campo di battaglia tra poteri?. Nella mozione, si chiede poi al Csm di non differire la propria decisione sulla vicenda.
Approvato anche il nuovo simbolo dell’Unione, che si richiama alla figura di Cesare Beccaria e al motto "Libertà, Legalità, Giustizia"
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ENTI LOCALI, PAURA DERIVATI
DANIELE LEPIDO IL SOLE 24 ORE 18/10/07
Immaginate una roulette che fa vincere sempre il banco grazie a un "gioco" appetitoso ma incomprensibile, e un croupier che suggerisce agli scommettitori il numero e il colore sui quali puntare, sapendo a priori che non vinceranno mai o quasi. Il "gioco" è quello dei derivati, strumenti finanziari che le banche hanno proposto in questi anni a piccoli imprenditori ed enti locali, con il fine (apparente) di fornirgli una copertura dal caro-tassi, ma con l’effetto (concreto) di portarli a indebitarsi per milioni di euro.
E proprio ai derivati è stata dedicata la puntata andata in onda domenica su Rai Tre di Report, il settimanale di approfondimento curato da Milena Gabanelli. Eloquente il titolo: «Il banco vince sempre», un’inchiesta condotta da Stefania Rimini. Si parte dalla bufera di Banca Italease, scoppiata tra luglio e agosto, con oltre 700 milioni di euro di perdite e 2.200 clienti coinvolti. Per poi passare agli imprenditori che sono caduti nella trappola dei derivati. Rocco Ziino, per esempio, ha perso 2,5 milioni di euro e ha dovuto chiudere bottega. Annalisa Faglioni racconta di essere arrivata al punto di pagare per uno swap 8-9mila euro di interessi a trimestre, mentre Vincenzo Manzini spiega di aver stipulato un contratto di copertura che l’avrebbe dovuto proteggere dalla crescita dei tassi in Europa. I tassi sono cresciuti, «ma io intanto sto continuando a pagare e questa copertura proprio non lavedo».
Nel mirino di Report soprattutto una banca: UniCredit, con clienti che, secondo la Gabanelli, «stanno perdendo con i derivati un miliardodi euro». Tra le altre banche citate c’è anche Bnl.I derivati non hanno attratto solo imprenditori piccoli e medi, ma anche istituti religiosi e conventi o piccoli esercizi come panetterie e tintorie. Eppure la partita più importante è quella che si sta giocando sugli enti locali, dai Comuni alle Regioni, dai quali istituti stranieri come Merrill Lynch, Jp Morgan o Dexia, avrebbero incassato vere e proprie fortune. Enti locali che, a differenza dei singoli risparmiatori, sembra abbiano firmato contratti in modo più consapevole, con questo obiettivo: ottenere subito finanziamenti che prevedono periodi di ammortamento lunghi quel tanto che basta a gonfiare i bilanci, rimandando a giunte e amministratori successivi il "rosso" da saldare. In tutto gli enti pubblici che hanno sottoscritto derivati sono circa 900, esposti per 10,5 miliardi di euro. Tirate in causa, le autonomie si difendono e l’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni italiani, annuncia che farà un monitoraggio e una serie di valutazioni sul fenomeno. E arriva anche la controffensiva dei Comuni direttamente citati da Report. Tra questi Torino, con il sindaco Sergio Chiamparino che replica: «Non perdiamo nulla e con una gestione accorta cerchiamo di rientrare dal debito». Oppure l’assessore comunale al Bilancio del Comune di Napoli,Enrico Cardillo, che dichiara di avere sentito in televisione, nel programma della Gabanelli, «false ricostruzioni». Curiosità: proprio ieri, il giorno dopo la messa in onda del servizio di Report, Fitch ha assegnato al Comune di Torino il rating A+, confermando però sul debito i risultati dell’inchiesta di Rai Tre: sì «debiti latenti – scrive Fitch – previsti in rallentamento nei prossimi anni». Ma anche«100 milioni di euro generati dagli strumenti derivati proprio per la gestione del debito».
Una scommessa finanziaria
I derivati sono strumenti finanziari il cui valore dipende da attività sottostanti come tassi, valute, indici di Borsa, ma anche merci. Gli swap (scambio) sono derivati che prevedono una scommessa con la banca e possono servire per coprirsi dal caro-tassi. Un’azienda, per esempio, che ha acceso un finanziamento a tasso variabile (mettiamo al 5%), teme che i tassi salgano. La banca gli fa questa proposta: «Il tuo 5% lo pago io, tu pagherai un tasso fisso del 4,5%». In teoria il cliente ci guadagnerà se i tassi saranno superiori al 4,5% e ci perderà se si attesteranno sotto questa soglia. I problemi dei derivati sono la loro complessità e i costi (impliciti) dei quali il cliente non riesce ad avere evidenza se non quando la banca inizierà a chiedergli grossi rimborsi.
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OGM
"ERA ORA, L’ITALIA PUNTA I PIEDI IL RESTO DEL MONDO VA AVANTI"
di ELENA DUSI da LA REPUBBLICA del 25/10/07
«Per fortuna c’è l’Europa. Questa decisione dimostra che mentre l’Italia punta i piedi, il resto del mondo va avanti». Gilberto Corbellini, che insegna storia della scienza all’università La Sapienza, fa parte del Comitato nazionale di bioetica ed è copresidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica, plaude al via libera di Bruxelles.
Da dove nasce la sua soddisfazione?
«L’Europa ha più buon senso di noi. Ha speso 70 milioni di euro delle nostre tasse e negli scorsi 15 anni ha fatto tutte le ricerche possibili per dimostrare la sicurezza degli ogm. Alla fine, come era logico, li ha autorizzati».
La sicurezza di questi prodotti è stata quindi dimostrata?
«Sì, è stato osservato che i rischi di queste coltivazioni sono trascurabili sia per l’uomo che per l’ambiente. Parliamo di pericoli insignificanti se paragonati alla maggior parte delle attività che compiamo quotidianamente, dall’andare in macchina al respirare l’aria inquinata delle nostre città».
L’Italia però non è sola nella sua protesta. Anche la Francia si è detta contraria alla decisione dell’Unione Europea.
«La Francia è un Paese produttore di semi e ha interessi economici da difendere. A preoccuparmi di più, per quanto riguarda il nostro Paese, sono le posizioni ideologiche e antiscientifiche che si sono mobilitate per osteggiare gli ogm. Andando avanti così, l’Italia rischia di finire sotto una cappa di oscurantismo».
Ora è stata approvata la commercializzazione di quattro ogm. Dobbiamo attenderci anche la produzione diretta?
«Sono già molti gli stati in Europa che non si pongono problemi a coltivare ogm. Attualmente, dal punto di vista della legislazione, c’è il caos più totale. Ben vengano delle norme che portino un po’ di ordine, anche perché i prodotti geneticamente modificati sono quelli più sottoposti a controlli e regolamentazioni. La sicurezza del mais geneticamente modificato è sotto certi aspetti superiore a quella del mais italiano».
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LIBERTA’ DI RINUNCIARE UN DETERMINATO TRATTAMENTO SANITARIO
CAPPATO: GIUSTIZIA CONFERMA CHE UN DIRITTO GIA’ ESISTE.
Berlino, 18 ottobre 2007 – Dichiarazione di Marco Cappato, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni e deputato europeo radicale
"Sia il rinvio della Cassazione su Eluana Englaro che, ancor di più, la cristallina sentenza su Piergiorgio Welby, confermano quella che – come Radicali italiani e Associazione Luca Coscioni – andiamo dicendo da sempre, cioè che in Italia esiste già un diritto, garantito dalla Costituzione, a decidere in piena libertà e responsabilità sulle proprie cure, eventualmente anche per la loro sospensione. In questo diritto sono pienamente incluse la respirazione e la nutrizione artificiale, come anche il caso di Giovanni Nuvoli ha dimostrato, quando nemmeno il Vaticano ha osato chiedere l’alimentazione forzata , o denunciare medici e forze dell’ordine, o negare funerali religiosi.
Ora che la Giustizia italiana sembra, pur con grandi e costosi ritardi, riconoscere la forza della legge e della Costituzione, il compito del Parlamento risulta più chiaro e limitato. Certo, serve una legge sul testamento biologico per rafforzare quel diritto, stabilendo garanzie al suo esercizio. In nessun modo però quel diritto può essere negato. Dunque qualsiasi legge che proponesse limitazioni anticostituzionali – ad esempio non riconoscendo la piena autodeterminazione del paziente o escludendo le terapie di nutrizione e respirazione artificiale – sarebbe da respingere."
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EUROPA
SÌ ALL’OPPIO AFGANO SOLO PER USO MEDICO
LA REPUBBLICA del 26/10/07
L’Europa dice sì all’oppio afgano per usi terapeutici. Il Parlamento europeo ha approvato con 368 sì, 49 no e 25 astenuti la relazione del radicale Marco Cappato sulla produzione di oppio a fini medici in Afghanistan, adottando una serie di emendamenti del Ppe, sottoscritti anche da Antonio Tajani (Fi), con i quali si introducono, tra l’altro, controlli severi da parte dell’agenzia Onu, la plenaria raccomanda al Consiglio di esaminare la possibilità di avviare progetti pilota «per la conversione su piccola scala di una parte delle attuali colture illegali di papavero in campi per la produzione legale di analgesici a base di oppio», introducendo anche una rigorosa vigilanza in loco da parte di agenzie Onu, per evitare che la produzione sia dirottata in altri mercati illegali come quello dell’eroina». Gli eurodeputati raccomandano di offrire assistenza «nell’esame delle possibilità e della fattibilità di un progetto pilota scientifico "Il papavero per la medicina" per indagare come la concessione di licenze possa contribuire ad alleviare la povertà».
«Il Parlamento europeo ha riconosciuto la validità della nostra proposta di esplorare nuove e più pragmatiche; politiche che sostituiscano gli attuali impegni fallimentari contro la droga in Afghanistan», ha affermato Marco Cappato il quale ha criticato la posizione assunta dal centrodestra italiano. «Dispiace solo constatare come il rapporto sia stato approvato da una maggioranza trasversale che ha visto gli italiani di Fi, Lega e An trovarsi da soli in compagnia delle forze europee più estremiste. Lo stesso Ppe infatti, ha sostenuto la nostra proposta».
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LETTURE
DAVID HUME "ESTRATTO DEL TRATTATO SULLA NATURA UMANA" Laterza Roma – Bari 1968
LA RELATIVIZZAZIONE DEL RAPPORTO CAUSA – EFFETTO
Mi è stato insegnato che il liberalismo ha per genitori il dubbio e la tolleranza. Il dubbio per le proprie convinzioni e la tolleranza nei confronti delle convinzioni altrui perché la modestia e non l’arroganza deve essere l’abito del liberale. Di qui la consonanza del liberalismo con il relativismo, perché l’avversione nei confronti dell’assolutismo non può limitarsi al campo dell’azione politica.
Scrive David Hume "Da tutto quello che è stato detto il lettore si accorgerà facilmente che la filosofia contenuta in questo libro è molto scettica e tende a darci una nozione delle imperfezioni e dei ristretti limiti in cui si muove l’intelletto umano."
Poco più che ventenne Hume scriveva il "Trattato sulla natura umana" ma solo nel 1739 venivano pubblicati i primi due volumi che non riscossero alcuna curiosità. Si indusse a scrivere questo "Estratto", quasi fosse una "recensione" di un anonimo, per tentare di rilanciare la sua opera. In passato questa "recensione" fu attribuita ad Adam Smith, ma negli anni ’30 del secolo scorso J. M. Keynes e P. Sraffa lo ripubblicarono addebitandolo, giustamente, allo stesso Hume.
"Si propone di anatomizzare la natura umana con metodo regolare e promette di non trarre conclusioni se non è autorizzato dall’esperienza". Hume era empirista e scettico, di qui l’ostilità dei "benpensanti" del suo tempo. Era antica la credenza secondo la quale esistevano leggi di natura valide per il comportamento umano e per la organizzazione sociale. Da Aristotele, a Cicerone e a Tommaso d’Aquino questa credenza trovava una ampia trattatistica. Hume mette in discussione questa convinzione. "Poiché il suo libro contiene un gran numero di speculazioni molto nuove e rilevanti – scriveva Hume – sarà impossibile offrire al lettore una nozione esatta dell’intera trattazione. Perciò ci limiteremo principalmente alla spiegazione che egli dà dei nostri ragionamenti di causa ed effetto. Se riusciremo a renderla intelligibile al lettore, essa potrà servire come un saggio dell’opera intera"
La dottrina della causalità è al centro di questo scritto di Hume. "In materia di fatto non si danno prove che non siano ricavate o dalla causa o dall’effetto. Non si può conoscere che una causa sia la causa di un’altra se non per mezzo dell’esperienza. Noi non possiamo addurre alcuna ragione per estendere al futuro la nostra esperienza del passato; ma siamo completamente determinati dall’abitudine nel concepire che un effetto tien dietro alla sua causa usuale. Ma al modo stesso che noi concepiamo un effetto, abbiamo anche la credenza che esso seguirà."
E’ la legge di Hume che qui viene formulata. Da proposizioni descrittive non si possono dedurre proposizioni prescrittive, a meno che l’abitudine non confonda i fatti con i valori.
Armando Massarenti, nell’introduzione al volume su David Hume distribuito da Il Sole 24 Ore nella serie "I grandi filosofi", rifacendosi a Bertrand Russell, così riporta la storia del "tacchino induttivista". "Dalla regolarità con cui il contadino gli porta il mangime ogni giorno alla stessa ora il tacchino trae una sorta di legge di natura secondo cui questo accadrà sempre, anche nei giorni a venire. Solo che una mattina , la vigilia di Natale, alla medesima ora, il fattore lo afferra e gli tira il collo e se lo cucina a puntino."
Concludendo non è razionale il comportamento di chi si aspetta il futuro sempre eguale al passato, solo perché certi effetti sono stati conseguenti ad alcune cause, perché l’imprevedibile e l’impredicibile può sempre accadere. Quindi è ragionevole il comportamento di colui che è pronto ad affrontare la sfida dell’imprevedibile e dell’impredicibile. Perciò occorre la modestia di chi coltiva il dubbio e la tolleranza per affrontare le sfide del tempo presente. (bl)

Anno VIII ? n. 21bis ? 18 ottobre 2007

21 Ottobre 2007 Nessun commento

"[...] Se vogliamo un diagramma, sarebbe più opportuno disporli in un triangolo mettendo i conservatori in un angolo, con i socialisti che tirano verso il secondo angolo ed i liberali verso il terzo.[...] Il conservatore si sente sicuro e soddisfatto solo se è certo che una saggezza superiore vigili sui cambiamenti, solo se sa che qualche autorità ha il compito di mantenere disciplinato il cambiamento. [...] L’ordine gli appare come il risultato della costante vigilanza dell’autorità che, a questo fine, deve poter fare quanto è richiesto dalle particolari circostanze e non essere vincolato da norme rigide.[...] Il conservatore non si oppone alla coercizione o al potere arbitrario finché usati per scopi che considera ingiusti [...] la sua più grande speranza è quindi che governino i saggi e i buoni [...] come il socialista, egli si preoccupa meno di come limitare i poteri dello stato che di chi ne ha il controllo come il socialista, egli si considera autorizzato a imporre agli altri quel che per lui ha valore[...]"
(FRIEDERICH A. VON HAYEK "LA SOCIETÀ LIBERA" Rubbettino, Soveria Mannelli 2007)

 

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Anno VIII ? n. 21 ? 13 ottobre 2007

14 Ottobre 2007 Nessun commento

"[...] Garibaldi è un personaggio complesso. Non è possibile racchiuderlo in una formula, né assegnarlo a un partito o a uno Stato: in giovinezza ha maturato una visione originale dei compiti che si imponevano agli ‘uomini di cuore’, fino all’età avanzata si è impegnato per realizzarla nell’azione, operando con intima coerenza in momenti e in ambienti diversi, e lasciando un’impronta indelebile nella storia politico-militare di nazioni americane ed europee.[...] La verità dell’incomparabile suggestione di Garibaldi sta nel suo mito, nell’essere passato (secondo l’insegnamento recepito dai sansimoniani) ‘dal nazionalismo all’umanità’, nell’essere apparso sincero difensore della fratellanza umana, nell’aver dato respiro effettivo al cosmopolitismo, sollevando l’impresa dei Mille da un episodio di lotta circoscritta all’Italia a simbolo di libertà per l’umanità tutta.[...]"
(cfr. ALFONSO SCIROCCO " GARIBALDI: BATTAGLIE, AMORI, IDEALI DI UN CITTADINO DEL MONDO" Laterza Roma-Bari 2007)


APPUNTAMENTI
• PESCARA 14/10/07 ex AURUM ASSOCIAZIONE ITINERARI LAICI Giornata conclusiva del PRIMO FESTIVAL MEDITERRANEO DELLA LAICITA’ Coordinatore scientifico Prof. Giacomo Marramao Per informazioni www.itinerarilaici.it www.festivalmediterraneodellalaicita.it tel. 3289204877 – 3356197077 – 3382591834 – 3396710189 e-mail: prosperi.s@libero.it – festival@festivalmediterraneodellalaicita.it
• ROMA 16/10/07 dalle h. 10 alle 12,30, Sala delle conferenze, Palazzo Marini, in via del Pozzetto 158 "Embrioni ibridi: la Gran Bretagna apre alla ricerca" con STEPHEN MINGER e EMILY JACKSON Per informazioni: www.lucacoscioni.it/
• BERLINO 18-19/10/07 28° Congresso ELDR "Una Europa liberale per un mondo di libertà" per informazioni http://www.eldr.org/congress07/en_programme.htm
• TREVISO 19-21/10/07 Teatro Comunale Congresso straordinario Unione Camere Penali "Libertà, Legalità, Giustizia: i penalisti italiani per la difesa dello stato di diritto" Per informazioni: www.camerepenali.it www.camerapenaletrevigiana.it
• ROMA 20/10/07 h. 13 Palazzo della Cooperazione Via Torino 146 "Dall’antipolitica alla Politica: le proposte di Società Aperta" Riunione programmatica. Informazioni www.societa-aperta.org/ tel. 06 4745514 e-mail segreteria@societa-aperta.org
• CASTELFRANCO VENETO (Tv) 20/10/07 h. 15,15 Via Roma 38 Galleria d’Arte "Art&Media" Riunione MFE sezione di Castelfranco Veneto
• VERBANIA 24, 26, 27 e 28/10/07 Convegno "ERNESTO ROSSI (1897 – 1967).UNA VITA PER LA LIBERTÀ" Per informazioni www.isrn.it e-mail didattica@isrn.it tel. 0321 392743; fax. 0321 399021
• MILANO 26-28/10/07 Circolo della Stampa, Corso Venezia 16. "Verso la Costituente Liberal-democratica Europea. Valori liberali:quelli veri e quelli falsi. Interverranno Silvio Berlusconi, Presidente di Forza Italia, e Francesco Nucara, Direttore de La Voce Repubblicana. Concluderà Annemie Neyts-Uyttebroeck, Presidente dell’Eldr. Per informazioni www.pri.it
• MONTEGROTTO TERME (PD) 28/10/07 h. 9,30 Palazzo dei Congressi – Via Scavi, 14 III Congresso di Studi Laici sul Cristianesimo "Principi laici e fede religiosa Laicismo e religioni possono convivere?" Organizzazione del Congresso Circolo culturale Pier Luigi Ighina, www.ighina.it, info@ighina.it Circolo culturale Bertrand Russell di Treviso, www.circolorussell.it, cslc@circolorussell.it Associazione Salute e Ambiente di Padova Con il patrocinio del Comune di Montegrotto Terme (PD). Per informazioni: Lodovico Mazzero (Presidente) cslc@circolorussell.it www.circolorussell.it
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NON ANDRÒ A VOTARE PER IL PARTITO DEMOCRATICO.
Confesso: sono stato tentato ad essere coinvolto nel progetto. Partire dal dissolvimento di alcuni grossi partiti per dar vita ad un partito nuovo, mi sembrava un buon punto di partenza. Il fatto che non si voleva realizzare un partito "socialista" poteva dare delle chances a chi voleva costituire un soggetto "di" liberali. Gli amici dell’associazione LibertàEguale sembravano capaci di assumere la leadership del progetto: sembravano avere coraggio nell’affrontare il mare aperto delle novità nel secolo XXI.
Invece, quei riformisti, si sono confusi con coloro che, avendo paura del nuovo, hanno preferito rinunciare all’identità socialista senza avere il coraggio di affrontare la sfida che l’identità liberale avrebbe loro posto. La componente più conservatrice e tradizionalista ha lasciato a mezza strada il progetto, per cui più che un partito nuovo sembra che verrà fuori un tentativo di fondere pezzi di due partiti vecchi. Di qui la mancanza di consapevolezza dell’attuale momento politico. E dire che proprio Massimo D’Alema ha avuto la sensibilità di capire che si era alla vigilia della crisi del regime!
Chi scrive aveva segnalata l’opportunità per una svolta liberale come risposta alla crisi. La necessità di uno strumento, il Partito per la Riforma, era stato vagheggiato al convegno di Treviso del 1 luglio. Su questo fronte, però, non c’è ancora nulla di chiaro. C’è in atto un gran fermento ma la confusione è ancora tanta. Per questo è opportuna una fase di riflessione ma è necessario segnalare almeno gli errori del progetto "Partito Democratico".
P.S. Un italoamericano vince il Nobel della medicina perché sta facendo ricerche sulle cellule staminali, ma la notizia, a stento, dura una giornata. Il silenzio cala inesorabile. La lotta agli evasori è la parola d’ordine dei "perbenisti" al potere che non prestano molta attenzione agli sprechi ed ai privilegi dei "nulla facenti", delle "caste" e di "Italiopoli".
Sono segni della crisi di questo regime? (bl)
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BIRMANIA
CREMATE LE VITTIME DELLE STRAGI
di PAOLO SALOM da CORRIERE DELLA SERA del 8/10/07
La speranza della pacifica rivoluzione zafferano si è perduta, prima, nella violenza e nella crudeltà della repressione. E, ora, nell’orrore inimmaginabile dell’ultima rivelazione uscita dalla Birmania grazie al coraggio dei dissidenti. I militari starebbero utilizzando il crematorio pubblico che si trova a nordest di Rangoon per far sparire i corpi delle vittime della repressione, così da impedire ogni futura «conta del male».
«Ho visto personalmente bruciare 71 cadaveri », ha rivelato un testimone oculare alle fonti del Corriere. La notizia è stata confermata, dall’ex capitale birmana, anche da un giornalista del Sunday Times, anonimo per evidenti ragioni di sicurezza, dato che la giunta militare è pronta ad arrestare qualunque reporter che sia entrato nel Paese con l’unico stratagemma possibile: un visto turistico. La descrizione di quanto avvenuto è raggelante ma non consente di stimare un bilancio, neppure approssimativo, di quante siano effettivamente le vittime della repressione. La giunta è ferma a dieci uccisi «ufficiali». Mentre per l’opposizione democratica i morti sarebbero «almeno duecento ». Secondo il settimanale britannico, fonti differenti hanno riferito a diplomatici e volontari di organizzazioni internazionali come, sin dalla notte del 28 settembre, ovvero a 24 ore dall’inizio delle violenze nei monasteri e della sparatorie nelle città, camion militari coperti da teloni verdi siano stati osservati mentre si dirigevano nell’area del crematorio pubblico. Le strade che portavano verso l’edificio erano guardate a vista da soldati in assetto di guerra, pronti a minacciare di morte chiunque si fosse solamente affacciato alle finestre di casa. «Non c’è stato alcun tentativo di identificare i corpi – ha spiegato al reporter del Sunday Times un diplomatico occidentale -. Nessuno si è preoccupato di restituire i resti alle famiglie o semplicemente garantire un minimo rito funebre secondo la tradizione buddista». Sandar Win, una dissidente esule a Mae Sot, lungo la frontiera birmano-thailandese, pochi giorni fa aveva confermato al Corriere: «Mio marito era rimasto in Birmania, era uno dei leader della rivolta. È stato prelevato dalla polizia politica per essere "interrogato". Pochi giorni più tardi i miei figli mi hanno telefonato per informarmi della sua morte, "accidentale" secondo le autorità. Abbiamo chiesto il corpo indietro: non abbiamo nemmeno avuto una risposta». La pratica di bruciare i cadaveri per impedire un bilancio ufficiale della repressione non è nuova, in Asia.
Anche l’esercito cinese fece sparire nello stesso modo i resti di molti degli uccisi a piazza Tienanmen, nel giugno 1989. Allora i camini del crematorio di Babaoshan, il «cimitero degli eroi» a Pechino, emisero un lugubre fumo grigio per giorni: adesso lo stesso agghiacciante spettacolo è visibile nell’ex capitale birmana. A Rangoon, oltre a queste notizie, autentiche secondo la locale comunità diplomatica perché confermate da fonti diverse, si sono diffuse voci – anche queste credibili, purtroppo – che negli ospedali si registrano ancora decessi nonostante la calma apparente nelle strade ormai perduri da giorni. La ragione? «Ai medici – ha fatto sapere un volontario straniero – non è stato consentito di curare i feriti: ordini precisi dei militari. Senza alcun tipo di trattamento, è inevitabile che molti tra coloro che hanno subito ferite possano essere morti nel giro di pochi giorni». C’è da aggiungere che continuano gli arresti di civili e monaci, con continui raid nei monasteri. Le autorità affermano che sarebbero state sequestrate «armi e munizioni». E i media di regime ammoniscono: «I monaci devono aderire alle leggi di Dio e del governo, se violano tali leggi commettono reati».
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PREMIO ANNA POLITKOVSKAYA
«CARI EUROPEI, NON DIMENTICATE LA MIA CECENIA, ANCHE IN NOME DI ANNA»
di PETER GRAAF da EUROPA del 5/10/07
L’Occidente non può e non deve voltare i le spalle al popolo ceceno. L’appello è di Natalya Estemirova, giornalista e attivista cecena che ricorda come la sua gente sia ancora vittima di omicidi mirati, torture e rapimenti nonostante la guerra, che va avanti ormai da dieci anni, attraversi una fase calante.
Estemirova – che è arrivata da Grozny a Londra per ritirare il premio Anna Politkovskaya Award per le donne che si battono per il rispetto dei diritti umani in guerra – spera che il premio risvegli le coscienze: «La Cecenia è parte dell’Europa, non potete dimenticarci».
Il premio in onore della Politkovskaya, giornalista molto critica nei confronti del presidente Vladimir Putin uccisa a Mosca un anno fa, è stato organizzato dal gruppo Raw in War (Reach all Women in War) con il sostegno di almeno sei premi Nobel per la pace.
Una di loro, l’irlandese Mairead Corrigan-Maguire, consegnerà oggi il premio a Estemirova, membro di Memorial, gruppo russo per i diritti presente in Cecenia con quattro uffici che documentano gli abusi e forniscono assistenza legale alle vittime.
Le forze a favore dell’indipendenza della Cecenia sono state in gran parte sconfitte dopo due guerre che dal 1994 hanno ridotto Grozny in rovina. La montagnosa regione a maggioranza musulmana al confine meridionale della Russia è oggi controllata da un presidente filo-moscovita, Ramzan Kadyrov. I leader ribelli sono stati uccisi e molti ex rivoltosi sono finiti sul libro paga di Kadyrov, unendosi a una schiera di polizia paramilitare e di forze di sicurezza leali al trentunenne leader.
Tuttavia Estemirova osserva che la violenza è continuata senza sosta, con bande armate rivali che organizzano rapimenti e sparizioni, e torturano i prigionieri per strappare confessioni: «I rapimenti non sono rari. La scomparsa di gente dopo i rapimenti non è rara. Le uccisioni non sono rare». «Ciò cui stiamo assistendo ora è lo sterminio dei ceceni da parte dei ceceni. Ed è la cosa più pericolosa perché non ha mai fine».
Quest’anno centinaia di giovani ceceni si sono dati di nuovo alla macchia per diventare combattenti, e per la Estemirova questo è il segno di una disperazione assoluta. In numerosi casi le forze di sicurezza vanno a cercare i membri delle loro famiglie per punirli.
«I ragazzi sono andati nelle foreste senza nessuna speranza…Non nella convinzione che si possa raggiungere l’indipendenza, che oggi sarebbe impossibile, ma senza niente da sperare, con la consapevolezza che le loro famiglie sarebbero state punite. È un semplice suicidio».
Memorial ha squadre di avvocati che seguono i casi di ceceni scomparsi nelle prigioni delle forze di sicurezza di Kadyrov e delle agenzie russe. I prigionieri vengono regolarmente torturati, aggiunge Estemirova: «La gente sopravvissuta ha raccontato: "Avrei confessato persino di aver ucciso l’imperatore della Cina"».
La Estemirova ha lavorato spesso con la Politkovskaya, che ha scritto per anni dalla Cecenia quando la zona di guerra era off limits per gran parte dei media russi e internazionali. Conoscere la verità è diffìcile – denuncia Estemirova -. I media russi, in gran parte filo-Cremlino, scrivono ancora di rado dalla Cecenia, se non in occasione dei viaggi organizzati dalle autorità.
«Tanti giornalisti vengono a dirmi: vorremmo scriverne, Vogliamo scriverne. Ma chi ci pubblicherebbe? All’inizio di questa seconda guerra – ricorda – le autorità annunciarono che la Russia avrebbe vinto la guerra dell’informazione».
La sua amica Politkovskaya è stata forse una vittima di questa guerra dell’informazione? La Estemirova si ferma, poi dice: «No. Quella non era guerra, era un semplice assassinio. Guerra è quando entrambe le parti hanno delle armi. Quando una parte ha le armi e l’altra è totalmente indifesa, è semplicemente omicidio».
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REFERENDUM
UNO STRUMENTO PER INVERTIRE LA TENDENZA
di MARIO SEGNI dalla NEWSLETTER 114 del 12/10/07
Sono oltre tre mesi che non scrivo la newsletter. In luglio c’era troppo da fare per scrivere (raccogliere le firme). In agosto troppo poco. Ma adesso è tutto cambiato. Salvo trabocchetti (ce ne saranno molti) in primavera si vota il referendum. Quindi abbiamo due obiettivi: evitare i trabocchetti, e preparare la campagna referendaria.
Vado per punti:
1) La rabbia verso la classe politica è enorme: ormai superiore al 92. Ma non dobbiamo rassegnarci. Non ce l’ha ordinato il medico di tenerci questo sistema e questa dirigenza. Prima del 58 la Francia era peggio di noi: fu la riforma di De Gaulle a rimetterla in piedi. Perché da noi deve essere impossibile cambiare?
2) Attenzione, non è tutto da buttare via: c’è un pezzo di politica che funziona: è l’Italia dei sindaci . Molti di loro sono popolari, si identificano con la città, capiscono i problemi della gente, hanno ridato alle amministrazione dinamismo. Il perché è semplice: i sindaci sono il frutto migliore della riforma del 92, l’istituzione in cui la rivoluzione referendaria è riuscita in pieno. Questo ci dice una cosa: che la principale causa della crisi è che la riforma delle istituzioni si è fermata a metà. La strada è quindi quella di completarla.
3) Il referendum è lo strumento più forte per riprendere la marcia. Anzi, vista la paralisi del Parlamento, è l’unica. Eliminando la frammentazione il referendum ci dà subito la stabilità, e Dio sa quanto ne abbiamo bisogno. A quel punto con una leggina di due righe si può ridare all’elettore il potere di scegliere il candidato.
4) Berlusconi vuole andare alle elezioni subito, prima del referendum. Sbaglia. Si illude di stravincere e di governare. Probabilmente stravincerebbe, ma non governerebbe affatto. I partiti del centro destra sono già una decina. In corso d’opera si moltiplicherebbero, creandogli gli stessi problemi che oggi ha Prodi.
5) Le elezioni dopo il referendum sarebbero invece un’altra cosa: si confronterebbero due grandi partiti: il partito democratico, e il partito unico del centro destra. Sarebbero elezioni all’inglese: che vince ha la garanzia della maggioranza. A quel punto potrebbero rappresentare davvero un cambiamento.
6) Un Parlamento dominato da due grandi partiti, e non spezzettato in venticinque formazioni, sarebbe finalmente in grado di affrontare il tema della riforma costituzionale, e di giungere, spero, al sindaco d’Italia, a un sistema in cui chi è scelto dai cittadini ha veramente gli strumenti per governare.
Mi puoi rispondere che cambiare le regole non basta, bisogna cambiare gli uomini. Vero. Ma ti rispondo che cambiando le regole arriveranno anche gli uomini adatti. Gran parte dei comuni non hanno ottimi sindaci?
Sono un visionario? Sono un ottimista? Non credo. Io so che abbiamo costruito con le nostre mani uno straordinario strumento per invertire la tendenza: Si chiama referendum. Non lasciamocelo scappare.
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RIFORME
SEGNI: "TAGLIO NUMERO DEPUTATI È UNA BUFFONATA"
Da http://www.online-news.it/default.php?page=show&articolo=4777&argomento=Politica
07/10/07
"Quella fatta ieri alla Camera e’ una buffonata. Se la classe politica volesse dare un segnale immediato di cambiamento e riduzione dei costi, dimezzerebbe il numero di ministri e sottosegretari. Cosa per la quale non e’ necessario fare nessuna legge".
Così oggi a RaiUtile Mario Segni, leader del movimento referendario sulla legge elettorale, in merito all’approvazione in commissione Affari Costituzionali della Camera della riduzione dei parlamentari di ieri. "Una classe politica seria – ha aggiunto Segni – non riduce il numero dei parlamentari perché Beppe Grillo sta urlando in piazza, ma lo fa nell’ambito di una riforma complessiva".
"La manfrina di ieri – ha proseguito Segni a RaiUtile – e’ un preludio ad un’imboscata al referendum. I tre quarti del Parlamento italiano farebbe di tutto per non farci votare il referendum. Se si votasse, credo sarebbe probabile una vittoria". Segni condivide l’ipotesi formulata in un articolo di oggi del Corriere della Sera, secondo la quale Rutelli, Casini, Maroni e Giordano, starebbero realizzando un tentativo di portare a Montecitorio una riforma elettorale sul modello tedesco prima della Finanziaria: "Sono come Ali’ Baba’ e i 40 ladroni".
A RaiUtile Segni ha poi sottolineato che Veltroni dovrebbe chiarire la sua posizione. Non basta che il candidato alla segreteria del Pd sia esplicito sulle intenzioni di voto favorevole al referendum: "Veltroni e’ una persona seria – ha spiegato Segni – e spero che esca dall’ambiguità: bisogna vedere se si unisce o meno alla schiera di coloro che si oppongono al referendum. Questo ancora non e’ chiaro. Pensa di aiutarli o contrastarli?".
Mentre sul leader dell’Udc, Segni ha osservato: "Casini crede che l’Italia sia ancora democristiana. Ma il Paese e’ cambiato".
Infine, il coordinatore del comitato promotore del referendum elettorale ha concluso a RaiUtile: "Temo piu’ le elezioni anticipate del modello tedesco. Mentre, infatti, mi sembra difficile che il Parlamento vari una legge elettorale, il pericolo di elezioni anticipate oggettivamente c’e'".
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LA CAUSA DELLA FRAMMENTAZIONE POLITICA
LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE E FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI
di AMEDEO LA MATTINA da LA STAMPA del 10/10/07
Il vero sport degli italiani sembra essere quello di fare partiti, movimenti, liste elettorali o cose simili: alcuni non servono a niente, altri a chi li mette in piede, altri ancora per amarcord democristiano, comunista e socialista. In giro per le contrade guelfe e ghibelline ce n’è una miriade, per un totale parossistico di 155 sigle. La stragrande maggioranza sono sconosciuti microrganismi politici che si muovo invisibili nei comuni, si alleano tra di loro per fare «massa» e strappare qualche consigliere, assessore, favori, finanziamenti. Molti di questi microbi hanno pure un sito web e nomi di scarsa fantasia o da brivido come il piemontese «Movimento Ultima Speranza» e il calabrese «Patto Cristiano Esteso». Sopravvive a Firenze il Partito Leninista italiano, da non confondere con il napoletano Pc Marxista-Leninista. Si scinde l’Union Valdotain e nasce Autonomie Liberté Démocratie che alle Politiche ha portato al Senato Carlo Perrin. Nell’elenco per le consultazioni al Quirinale, dopo la minicrisi del governo Prodi del febbraio scorso, c’era anche il suo nome, insieme ad altri 20 gruppi parlamentari. Una processione che rispecchia la «vivacità» del nostro sistema politico che non smette di proliferare «grillini, brambillini e pardini» di cui parlava lunedì Luca Ricolfi su «La Stampa».
A queste 21 rappresentanze parlamentari si sono aggiunti altri 14 neopartiti e movimenti. E fanno 35 in soli sette mesi. Dalla costola sinistra de! nascente Pd che avrebbe dovuto «asciugare» la frammentazione, è nata la Sinistra democratica di Mussi e Salvi; dalla costola destra i «Liberaldemocratici» di Dini che di più preoccupano Prodi; da una costola non identificabile è sbocciata l’Unione democratica» dei senatori Bordon e Manzione che il premier ha dovuto incontrare a parte durante l’ultimo vertice di maggioranza. I socialisti di Boselli hanno preso pezzi di Pd (Angius, Grillini, Spini) mentre l’ex ministro Caldoro è rimasto nel ventre caldo di Berlusconi. La Rosa nel pugno aveva avuto la felice idea di mettere insieme socialisti, liberali, laici e libertari ma chi doveva comandare Pannella o Boselli?) ha mandato tutti a gambe in aria. Estromesso dal "grande capo Marco" Daniele Capezzone ha pensato di veleggiare verso il centrodestra con «Network Decidere». Il senatore comunista Fernando Rossi in rotta con il Pdci si è dato ai «cittadini-consumatori». Poi ci sono le 3 Dc extraparlamentari. E di questi giorni la nascita della Lista Civica Nazionale dei girotondini Veltri, Beha, Alagna, Pancho Pardi sulla scia delle liste locali con il bollino di Beppe Grillo. E’ il centrosinistra lo schieramento più massacrato e prolifico. Mentre dall’altra parte c’è stato la scissione subita da An con Storace che ha fondato «La Destra». Anche il centro cattolico è in fermento: ieri ha debuttato «Officina 2007», l’ennesimo partito voluto da Savino Pezzotta, ex leader Cisl e animatore del «Family Day». E’ un’area benedetta dal Vaticano e sulla quale vorrebbero mettere mano Casini e Mastella per coronare il sogno del «Centro» dalle mani libere. Sembra un Paese politicamente rappresentato fino al singolo individuo. «Quando abbiamo iniziato la raccolta delle firme a marzo», dice Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore del referendum che vuole dare un colpo di scure alla foresta partitica. «c’erano 22 partiti, quando abbiamo finito erano 27. Ora sono 34». E’ il finanziamento pubblico che fa gola: si entra in Parlamento eletti con una lista e dopo pochi mesi c’è la divisione dei pani e dei pesci. I partiti ogni anno intascano oltre 200 milioni di euro di rimborsi elettorali (in una legislatura fa 1 miliardo): in Francia 80 milioni, in Germania 133. Martedì scorso però è stato presentato alla giunta per il regolamento di Montecitorio una modifica che introduce regole più severe: vedremo quando e se l’approveranno.
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IL MITO DELLA SPESA
PIU’ SPESA PUBBLICA PIU’ PRIVILEGI?
di FRANCESCO GIAVAZZI da CORRIERE DELLA SERA del 8/10/07
Il Partito democratico affronta oggi a Roma, a una settimana dalle primarie per la scelta del suo primo segretario, il tema della «cultura economica » del nuovo partito. Due a me sembrano le questioni centrali: le tasse e la concertazione come metodo di lavoro del governo. L’attuale maggioranza ha fatto dell’Elogio delle tasse il suo motto: «Le tasse sono una cosa bellissima », ha ripetuto ancora ieri il ministro dell’Econom ia Tommaso Padoa-Schioppa. Immagino lo pensi anche delle tasse che pagano le famiglie povere per consentire ai figli dei ricchi di frequentare gratis quell’università che ai loro figli spesso è preclusa. Anche l’aliquota del 30% che paga un lavoratore dipendente per consentire allo Stato di tassare solo al 12,5% i Bot detenuti da un ricco rentier. In due anni la maggioranza ha aumentato la pressione fiscale di due punti e mezzo, ma le spese delle amministrazioni pubbliche sono rimaste là dove Berlusconi le aveva lasciate: con questa legge finanziaria continueranno ad assorbire al netto di interessi e investimenti il 40% del reddito nazionale. Questa cifra non è né troppo alta né troppo bassa: in alcuni Paesi lo Stato spende di più, in altri di meno. Il problema è che la nostra spesa pubblica non aiuta i cittadini che più ne avrebbero bisogno. Non finanzia sussidi di disoccupazione generalizzati; non aiuta le famiglie con figli piccoli (certamente non tanto quanto esse sono aiutate in Paesi in cui lo Stato spende di meno, come in Gran Bretagna); non finanzia borse di studio; non fa quasi nulla per aiutare i poveri e le famiglie a rischio di povertà. Al 20% delle famiglie più povere va solo il 12% di tutto quello che spendiamo in welfare, contro il 34% in Gran Bretagna, il 25% in Svezia, il 20 in Germania e Francia. Un terzo dei fondi stanziati a luglio per aumentare le pensioni minime andranno a famiglie che appartengono alla metà più ricca del Paese: il 10% più povero riceverà le briciole, solo il 12%. Le imprese, pubbliche e private, ricevono, sotto forma di aiuti pubblici, 15 miliardi di euro l’anno: denaro che spesso non va agli imprenditori più meritevoli, ma a quelli più abili nel frequentare le cene romane e i corridoi ministeriali. Quando i nostri figli andranno in pensione, in Italia vi saranno sette anziani ogni dieci persone in età di lavoro. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età scolare). Ciononostante per consentire ai cinquantottenni di oggi di andare in pensione a Natale (e con il metodo retributivo), il governo spende 10 miliardi, prelevandoli con un aumento dei contributi a carico dei giovani precari. Non si tratta quindi, come propone Walter Veltroni, di costruire «un fisco più giusto». Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l’illusione illuminista che questa spesa possa essere «riqualificata », resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un’amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare.
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CRISI DEL REGIME
7 ITALIANI SU 10 VORREBBERO L’UOMO FORTE
di RENATO MANNHEIMER dal CORRIERE DELLA SERA del 1/10/07
Il dibattito e la preoccupazione per l’antipolitica continuano a mantenere ampio spazio sui media e, in generale, nel confronto politico. Soprattutto il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella prima e le iniziative di Beppe Grillo poi, hanno funzionato da detonatore, portando alla luce ed enfatizzando l’esistenza di una sempre più larga area di insoddisfazione e di disagio, peraltro già individuata da diverse ricerche apparse nei mesi precedenti. Nelle sue forme più manifeste, la protesta è diretta sia verso la politica in generale sia, al tempo stesso, verso quella del governo in particolare.
Ma, come si sa, il disagio non riguarda solo l’esecutivo: è vero infatti che nell’ultima edizione del «termometro Ispo della fiducia», il governo guidato da Prodi subisce un’erosione più accentuata. E che le altre istituzioni considerate più «politiche», come Parlamento, Sindacato e Confindustria mostrano i maggiori cali di consenso. Tuttavia, si erode negli ultimi mesi anche la fiducia in tutte le altre istituzioni, persino nella Chiesa cattolica e nelle Forze dell’Ordine. Insomma, la diminuzione di consenso è trasversale e riguarda l’intero tessuto istituzionale del paese, tanto che l’indice sintetico elaborato mensilmente diminuisce da gennaio ad oggi di ben sei punti.
Tutto ciò si riflette anche sulla percezione delle prospettive economiche. Il clima di fiducia dei consumatori rilevato dall’Isae mostra un decremento impressionante da gennaio ad oggi, malgrado il lievissimo recupero proprio nelle ultime settimane. E il trend negativo riguarda anche la percezione della propria situazione personale.
In questo clima, si accresce anche la diffidenza verso le possibili soluzioni avanzate. Il dibattito politico al riguardo viene giudicato ripetitivo e inconcludente. Le diverse proposte per uscire dalla crisi, avanzate da questo o quell’esponente politico, sono perlopiù ritenute poco credibili. Si allarga il punto di vista qualunquista, tanto che più dell’80 per cento dei cittadini – con una accentuazione nel centrosinistra – si dichiara d’accordo sul fatto che «nessun politico si interessa davvero dei problemi della gente come me». E, come sempre accade in queste circostanze – lo hanno paventato anche diversi commentatori, raffrontando il periodo attuale a quello pre-mussoliniano – l’onda di delusione e sfiducia porta ad auspicare l’emergere di un «uomo forte». Secondo un sondaggio Ipsos, pubblicato di recente, il 52% dei cittadini è «molto d’accordo» con l’idea che: «l’Italia ha bisogno di un uomo forte che sappia decidere e risolvere i problemi». E un altro 22% è «abbastanza d’accordo», ciò che significa che addirittura più di sette italiani su dieci vedono con favore questo genere di soluzione. In realtà, ciò mostra come il motivo vero del disagio non sta tanto nell’abuso di questo o quel privilegio da parte dei politici, né nell’uso dissennato che alcuni di essi fanno delle risorse pubbliche. Si tratta, certo, di comportamenti assai deprecati. Ma il sentimento più forte, la vera spinta di tutta la protesta è la sensazione diffusa dell’ incapacità dei governi a decidere, a governare davvero, a realizzare quanto viene promesso in campagna elettorale. Si tratta di un sentimento nato già durante il governo Berlusconi e accentuatosi nel corso della presidenza Prodi. Molti, elettori e, ancor più, molti osservatori, delusi dell’incapacità del Cavaliere ad attuare quanto si era impegnato a fare, hanno vissuto con speranza il tentativo di Prodi. E sono sino ad oggi scontenti anche di quest’ultimo.
Per questo, la legge finanziaria presentata venerdì appare decisiva non solo per il futuro economico e sociale del paese, ma anche per la possibile riconquista del consenso dell’ opinione pubblica. Le prossime settimane ci diranno se le proposte avanzate dal governo sono riuscite, da questo punto di vista, ad imprimere una svolta positiva.
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IL PERVERSO DESIDERIO DI GIUSTIZIA SOMMARIA
RIGNANO; I GIUDICI E LA FORCA
di EM.MA. da IL RIFORMISTA del 11/10/07
La Cassazione ha depositato la sentenza con la quale si respinge il ricorso della parte civile contro la scarcerazione degli imputati, accusati di abusi sessuali in una scuola di Rignano. Le motivazioni dei giudici dovrebbero far riflettere non solo altri magistrati criticati per «inadeguatezza investigativa», ma i mezzi di comunicazione che investigavano anche loro e ci hanno trasmesso le facce di quegli imputati come colpevoli, mentre forse ci sono altri colpevoli come dicono i giudici. Quelle motivazione devono far riflettere anche chi invoca sempre giustizia sommaria e crea il clima della forca. In breve i giudici dicono che i parenti avrebbero in qualche modo esercitato un’influenza sui bambini. Ma c’è chi ha esercitato una influenza su quei parenti: «esperti» di ogni tipo, giornalisti che parlavano con loro e si esibivano in tv. E magistrati. Il tema della giustizia in Italia resta centrale e investe la politica, i comportamenti di chi esercita un potere nella vita pubblica, nelle istituzioni, nella comunicazione che determinano la cultura di massa. Lo Stato di diritto dovrebbe essere l’obiettivo centrale di una forza di sinistra. Spero che lo faccia la Costituente socialista.
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UNA PROPOSTA
PAUSA PER IL COORDINAMENTO DEI LIBERALI ITALIANI?
di BEPPI LAMEDICA da www.venetoliberale.ilcannocchiale.it 6/10/07
Grandi movimenti nell’area liberale e laica. Prima l’avvio di un progetto per una lista alle prossime elezioni europee di exPRI con exPLI, poi una ennesima iniziativa di Diaconale per organizzare una componente liberale all’interno della coalizione berlusconiana. Dall’altra parte l’ex Presidente del Consiglio Dini rinuncia a partecipare al progetto del Partito Democratico e costituisce, con Natale d’Amico i Liberal democratici da collegarsi con l’internazionale liberale e con i liberali europei. Intanto il progetto Rosa nel Pugno, che mirava a mettere assieme liberali e socialisti, è definitivamente affossato da rifondazione socialista, un nuovo soggetto che ha l’aspirazione di mettersi in concorrenza con il Partito Democratico di Veltroni, Letta, Bindi, etcc…
Forse è giunto il momento di stare per un momento alla finestra. Per mesi se non per anni ci siamo agitati ed abbiamo tentato di mettere assieme i liberali per offrire ai cittadini uno strumento di azione politica. Forse è opportuno passare la mano, almeno momentaneamente.
Ricordiamo il progetto che abbiamo dato vita con il Manifesto del 4 luglio 2006. Avevamo (e abbiamo) la consapevolezza della necessità di rifiutare le confusioni. In una stagione confusa solo chi ha le idee chiare può sperare di ottenere risultati duraturi e non semplicemente frutti di una infatuazione momentanea. Il progetto racchiuso nello slogan "I liberali con i liberali, né socialisti, né conservatori, né clericali" era e resta un progetto di una chiarezza disarmante. Di fronte alla confusione tra conservatori, clericali, socialisti e liberali, produttrice anche di cattiva politica denominata antipolitica (perciò non solo quella dei "grillini" ma anche quella dei poli antiberlusconiani e anticomunisti) la distinzione dei liberali dagli altri è la soluzione ragionevole, prudente e saggia se si vuole affrontare con serenità questa stagione di passaggio alla nuova repubblica.
La democrazia diventa liberale solo se la "cultura liberale" sa farsi protagonista perciò "i liberali con i liberali" non è solo uno slogan ma è la stella polare per orientarsi in questo frangente.
Il Manifesto del 4 luglio 2006 prevede una prima fase di "raccolta" di soggetti liberali e solo quando sarà convenuto che la "raccolta" è sufficiente il Coordinamento si trasformerà in Costituente dei liberali italiani con l’unico scopo di convocare gli Stati Generali del liberalismo per decidere le forme opportune di una presenza liberale alternativa ai conservatori ed ostile a qualsiasi clericalismo. Il passaggio alla fase di una eventuale "Unione laica" potrà avvenire solo nel rispetto dell’identità di chi si sente liberale.
L’alternativa possibile sembrerebbe l’abbandono del progetto rappresentato dal Manifesto del 4 luglio 2006, se si ritenesse impraticabile il percorso prefigurato. Per questo è opportuna una pausa di riflessione.
Intanto il regime si sta attivando per impedire il referendum elettorale, referendum che potrebbe diventare la chiave di volta per passare alla nuova repubblica. Forse ora è opportuno investire le proprie energie per difendere il diritto costituzionale al referendum. Al di là del progetto "i liberali con i liberali" occorre ora accordarsi con tutti coloro che fanno affidamento sul referendum, indipendentemente dalle loro posizioni nei confronti del governo e del regime.
Beppi Lamedica – segretario di Veneto liberale
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RADICALI ITALIANI
CHE SUCCEDE?
di BEPPI LAMEDICA da www.venetoliberale.ilcannocchiale.it 30/09/07
Nel documento approvato dal Comitato nazionale dei Radicali Italiani domenica 30 settembre si legge: "Il Comitato di Radicali Italiani offre il patrimonio di lotte e di esperienza, la sua realtà organizzativa, parte integrante di quella galassia radicale che rappresenta ad oggi l’unica alternativa organizzata alla forma ormai consumata e inerte dei partiti tradizionali, a chiunque voglia servirsene per rafforzare le proprie rivendicazioni di libertà e le proprie speranze di riforma. Affida al dibattito congressuale anche la riflessione sull’evoluzione della propria forma organizzativa che consenta a Radicali Italiani di accogliere e potenziare il contributo e l’apporto di individui, soggetti sociali organizzati, nuove realtà collettive rese possibili anche dalla diffusione delle nuove tecnologie."
Per meglio dire, si riconosce che la galassia radicale è 1) "l’unica alternativa organizzata alla forma ormai consumata e inerte dei partiti tradizionali" e 2) "affida al dibattito congressuale anche la riflessione sull’evoluzione della propria forma organizzativa che consenta a Radicali Italiani di accogliere e potenziare il contributo e l’apporto di individui, soggetti sociali organizzati, nuove realtà collettive rese possibili anche dalla diffusione delle nuove tecnologie."
La presunzione di essere l’unico strumento per ovviare "alla estrema gravità della situazione politica interna ed internazionale" rende inutilizzabili buone energie umane e finanziarie per la costruzione di quel Partito della Riforma che è lo strumento necessario ad affrontare la crisi attuale.
Perché, dopo aver preferito la strategia dell’alternanza di governo all’alternativa di regime, ora si accontentano di essere solo l’alternativa ai soggetti politici esistenti ? Ma come è possibile che un soggetto politico dotato di grande fantasia, tanto da rappresentare la necessaria Rivoluzione liberale, si sia ridotto così?
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LETTURE
ALFONSO SCIROCCO " GARIBALDI: BATTAGLIE, AMORI, IDEALI DI UN CITTADINO DEL MONDO" Laterza Roma-Bari 2007
LA LEGGENDA GARIBALDINA
Ero un diciottenne tifoso di Cavour. Mi venne fra le mani un libretto di Luigi Salvatorelli ("Pensiero ed azione del Risorgimento" Einaudi, Torino 1963) e lì lessi che tra Cavour e Mazzini, "tra la costituente realizzatrice dell’iniziativa popolare e il sistema plebiscitario consacrante in forma democratica l’iniziativa monarchica" Garibaldi fece pendere la bilancia dalla parte del primo ministro piemontese.
Il Risorgimento italiano fu il prodotto di tanti "uomini di cuore" molto diversi ed addirittura avversari fra loro. Noti furono i conflitti e gli scontri tra Vittorio Emanuele II e Cavour, ed altrettanto noti furono i conflitti e gli scontri tra Garibaldi e Mazzini e tra Garibaldi e Cavour.
Garibaldi è stato sempre ostile a Cavour ritenendolo responsabile della cessione di Nizza alla Francia di Napoleone III. Eppure è stata proprio la capacità di Cavour a far pendere la bilancia nei confronti della Monarchia piuttosto che nei confronti della Repubblica grazie alla rivoluzione popolare garibaldina.
"Io reputo – diceva Cavour il 2 ottobre 1860 – che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia d’aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d’un Cromwell, ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario.[...] Ritornare ai Comitati di salute pubblica, o, ciò che torna lo stesso, alle dittature rivoluzionarie d’uno o più, sarebbe uccidere sul nascere la libertà legale che vogliamo inseparabile compagna della indipendenza della nazione."
Il capolavoro del liberalismo cavouriano fu proprio quello di essere riuscito ad amalgamare la rivoluzione popolare con la legalità istituzionale. Il Risorgimento nazionale può essere, perciò, ben descritto dall’ossimoro di "Rivoluzione liberale" cui ancora oggi, XXI secolo, alcuni di noi hanno il coraggio di dichiararsi seguaci.
"La leggenda garibaldina – scriveva Giovanni Spadolini (cfr. "Gli uomini che fecero l’Italia" Longanesi Milano 1993) – è il solo filo nazionale della nostra storia moderna".(bl)
INDICE: I. Sui mari del Mediterraneo – II. Da cospiratore ad esule – III. Intermezzo a Rio – IV. Corsaro – V. Nel Rio Grande – VI. Amori, amicizie, svaghi. Anita – VII. La spedizione nella Costa Brava – VIII. Montevideo – IX. San Antonio del Salto – X. La fama vola… – XI. Italia 1848: squilla la "universal chiamata" – XII. 1849: Roma – XIII. 1849: la sfida temeraria – XIV. Anni grigi – XV. Al servizio del re – XVI. Amarezze politiche, delusioni d’amore – XVII. L’epopea dei Mille – XVIII. Dittatore in Sicilia – XIX. Padrone di un regno – XX. Dalla solitudine di Caprera al dramma d’Aspromonte – XXI. Il trionfo di Londra – XXII. Bezzecca, Mentana, Digione – XXIII. Pacifismo, socialismo, democrazia – XXIV. Ultimi anni: affetti familiari, attività letteraria, preoccupazioni finanziarie – XXV. Epilogo – Cronologia – Bibliografia – Indice dei nomi

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Anno VIII ? n. 20 ? 29 settembre 2007

30 Settembre 2007 Nessun commento

"[...] Ci sono piccoli segnali che le cose stanno cambiando. E’ possibile che ci voglia ancora qualche scossa, una crisi di governo, una riforma elettorale, qualche sciopero cosiddetto ‘generale’, ma a noi pare che il cittadino, il consumatore, sia stufo di vivere in una società dominata da lobby. Prima o poi se ne accorgeranno anche i politici".

(ALBERTO ALESINA E FRANCESCO GIAVAZZI "IL LIBERISMO E’ DI SINISTRA" Il Saggiatore, Milano 2007 pag, 126)

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